PATTI SMITH GROUP Easter - US 1978
PATTI SMITH GROUP
Easter - US 1978
Il significato letterale di Pasqua è passaggio. E non è un caso che l’album
abbia questo titolo, perché Easter è esattamente questo: un rito di
passaggio in cui il fango delle strade di New York viene lavato dal sangue
della redenzione. È il momento della maturità artistica e commerciale di Patti
Smith, il punto in cui la sacerdotessa del punk depone la sindone e sale sul
pulpito per recitare l’omelia e i suoi salmi elettrici.
Se Horses era l’urlo primordiale, Easter è ovviamente la
resurrezione. Il suono è una miscela micidiale di influenze classiche da Dylan,
ai Velvet, agli Stones, ma filtrato attraverso il misticismo di Patti. Merito anche
della regia di Jimmy Iovine, architetto del suono capace di incanalare
la rabbia viscerale della band in una struttura più nitida, meno incline al
caos ma più densa di oscurità e tensione.
La genesi dell'album è un incrocio di destini che ha del miracoloso, come è
giusto che sia. Iovine, in quei giorni del 1978, faceva la spola tra due studi
di registrazione: da una parte Patti, dall'altra lo Springsteen di Darkness
on the Edge of Town. Tra lattine di birra e fumo di sigarette, spuntò il
nastro giusto nello studio "sbagliato": era il provino di "Because
the Night". Bruce faticava a trovarne la quadra; Patti ne riscrisse il
testo in una notte, trasformando un abbozzo in un inno rock. Per i puristi del
punk newyorkese fu un tradimento; per la storia, fu un rito sciamanico di
resurrezione.
Ma Easter non è solo l'album del successo. È un'opera intrisa di
liturgia, di riferimenti alla comunione e al martirio. L’apertura della seconda
facciata con “Privilege” ci consegna il Salmo 23 di Davide ("Il
Signore è il mio pastore..."). Patti lo recita con una voce che non è
più il salmodiare astratto degli esordi, ma un timbro fiero, scuro,
autoritario. Diventa materia organica, sudore e trascendenza.
La spinta esplosiva resta intatta, ma più mirata: “Rock N Roll Nigger”
è una progressione terrificante, un gospel-boogie epilettico dove Patti incarna
il reietto supremo, l'outsider che rivendica la propria esclusione sociale come
un grado di nobiltà. Qui la Smith grida senza pietà, gracchia e lancia acuti
selvaggi che farebbero inorridire qualsiasi accademia. C’è spazio per rituali
macabri in “Space Monkey” e “Ghost Dance”, per la tensione
epidermica di “Set Me Free” e per l’urgenza programmatica di “Till
Victory”.
Patti Smith in Easter si toglie gli abiti del punk intellettuale per
diventare icona totale. Canta, prega e urla, trasmutando l'acqua del punk nel
vino pregiato del rock'n'roll, o forse è Giuda che tradisce l'underground
per consegnarlo all'eternità. Poco importa. Quest’album resta ancora oggi un’opera
bruciante, una preghiera laica necessaria.
Buona Pasqua.


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