GRANT LEE PHILLIPS Nineteeneighties - US 2006
GRANT LEE PHILLIPS
Nineteeneighties - US 2006
Cosa vi fa battere il cuore? In questi tempi cupi di guerra, in Europa (perché in giro per il mondo c’è sempre stata), di crisi economica e sociale, di crisi culturale e di analfabetismo funzionale. In questi tempi di follower, di socialmedia manager, di like, di imperversanti fotografie di cibo, di ticktocker, di influencer, di invasione digitale di ogni spazio umano e spirituale, cosa vi fa battere il cuore?
In questi tempi di cinismo, di assuefazione, di
trasgressione fasulla e ad ogni costo, di sarcasmo, di individualismo sfrenato,
di rigetto per tutto ciò che è umanistico, nel senso di ciò che mette l’uomo in
una posizione centrale ed elevata, cosa vi fa battere il cuore?
Una delle cose che mi fanno palpitare il cuore - non
l’unica, per fortuna - è la musica evidentemente, altrimenti non sarei qui a
perder tempo davanti ad un computer per scrivere idee e sensazioni nella
speranza di renderle comprensibili ad una altro essere umano oltre che per meglio
focalizzarle in una sorta di diario personale. Perché, si sa, scrivere è un
processo che richiede riflessione, analisi e sintesi. E per dirla tutta, la
musica, oltre il cuore scuote anche tutto il resto, cervello, budella ed
epidermide. Si, anche l’anima, se esiste.
Un’altra cosa che mi fa battere il cuore, almeno di tanto in
tanto, è la nostalgia. E credo che il “dolore del ritorno” faccia pulsare il
cuore anche di Grant Lee Phillips, almeno
di tanto in tanto.
Ne sono convinto perché deve essere stata la nostalgia a
spingerlo, nel 2006, a pubblicare un disco come Nineteeneighties, il
quale altro non è che una macchina del tempo perduto, che consente ai
crono-viaggiatori di muoversi in una sola direzione, verso il passato e, per di
più, verso un’unica specifica decade, quella in cui il nostro si è formato ed è
cresciuto come musicista. Quale essa sia è facile intuirlo sin dal titolo.
Grant Lee (che, curiosamente, riconcilia nel suo nome i cognomi
del vincitore e del vinto della guerra di secessione americana) non fa mistero
di aver raccolto in questo album le sue canzoni preferite degli anni 80. Undici
cover di brani New Wave (in senso ampio) che risulteranno immediatamente
familiari a molti se non a tutti, scelte dal repertorio dei Pixies, New Order, Joy Division, Robyn
Hitchcock, Echo and the Bunnymen, Psychedelic Furs, Church, Nick Cave, REM,
Cure e Smiths.
Phillips si accosta a questo materiale con amore e rispetto,
prediligendo arrangiamenti acustici piuttosto che un suono elettrico più simile
allo stile degli originali, amalgamando tra loro i brani in un’atmosfera di incantevole
malinconia che ben si adatta all’attitudine dell’artista e che favorisce il
prevalere di quel senso di nostalgia di cui parlavo, soprattutto per chi queste
canzoni le ha già vissute.
Non tutto è perfetto in questo album, ci sono versioni più riuscite
ed altre meno, ma le poche imperfezioni si stemperano nel contesto generale di
grande omogeneità, dovuto non solo al fatto che Phillips suona la maggior parte
degli strumenti e, non contento, mixa e produce l'album, ma anche grazie alla
sua sensibilità nel portare le canzoni fuori dal loro contesto originale,
scarnificandole e mettendone a nudo l’essenza.
Grant Lee Phillips, californiano di Stockton, dopo gli Shiva Burlesque (con cui incide due
album) forma insieme al bassista Paul Kimble ed al batterista Joey Peters i Grant Lee Buffalo che nel 1993
pubblicano il loro album di debutto Fuzzy
e l’anno seguente Mighty Joe Moon, i
loro due lavori migliori, caratterizzati dall’alternarsi di momenti acustici ed
esplosioni elettriche che ricordano Neil Young ed il Sindacato del Sogno. Nel
1998, dopo aver aperto i concerti dei REM nel loro Monster World Tour e dopo altri due album qualitativamente inferiori
ai primi, la band si scioglie e Grant Lee avvia la sua carriera solista.
Nineteeneighties è
il quarto disco di Phillips, il quale avrebbe potuto confezionare un onesto
album di cover scegliendole nell’ambito di un repertorio a lui più congeniale come
fece, per esempio, ai tempi dei Buffalo con "For the Turnstiles" di
Neil Young. Invece, Nineteeneighties
seleziona canzoni che non hanno alcuna
relazione evidente con il catalogo dei Grant Lee Buffalo, né con quello del
Grant Lee solista.
Phillips apre l'album con "Wave of Mutilation" dei
Pixies, estremamente rallentata e con la chitarra slide che ricama sulla base acustica, suonata come se ci stessimo
godendo il tramonto sulla spiaggia di Waikiki
con in mano un Pina Colada ed al
collo una ghirlanda hawaiana. E sin da questo primo brano si nota uno degli
elementi che determinano la riuscita di questo disco, ossia la scelta di canzoni
facilmente riconoscibili e tali, quindi, da risultare identificabili anche dopo
essere state destrutturate e riarrangiate alla maniera di Phillips. Scelta
molto diversa e forse più “furba” di quella compiuta da Nick Cave con Kicking against the Pricks, altro album
di cover in cui, ad eccezione di “Hey Joe” ed “All Tomorrow's Parties”, furono
scelte canzoni meno note.
L’altro elemento che rende Nineteeneighties un ottimo album è il tentativo - perfettamente
riuscito - di farlo suonare il più possibile come un album di brani originali di
Grant Lee Phillips. Ed infatti, Nineteeneighties
si integra bene con il resto della discografia dell’autore, il quale non si limita
a reinterpretare queste canzoni ma ne cambia il tempo, ne modificare la
melodia, sostituisce strumenti, pur mantenendone intatta l’essenza. E questa
non è impresa da poco. Anche se forse l’unica considerazione valida è che una
buona canzone resta una buona canzone, sempre e comunque.
"Age Of Consent" dei New Order è una delle gemme di questo disco, con un giro di chitarra acustica che sembra prelevato da “You Can’t Always Get What You Want” degli Stones ed accompagnata da una morbida tastiera e da un violoncello. Parenti stretti dei New Order sono i Joy Division della successiva “The Eternal” che forse, malgrado lo stupendo accompagnamento di armonica, resta uno dei momenti meno riusciti, ma probabilmente la mia valutazione è influenzata dal fatto che non amo particolarmente l’originale.
Altro piccolo gioiello è, invece, "I Often Dream Of Trains" di Robyn Hitchcock che da filastrocca barrettiana viene trasformata in folk gotico. Bellissima anche la cover di "The Killing Moon" di Echo And The Bunnymen, fedele all’originale, ma rallentata ed acustica, praticamente la versione unplugged ed intimista. “Love My Way” degli Psychedelic Furs, nell’abito acustico cucitole su misura, appare più sobria e fascinosa dell’originale mentre "Under The Milky Way" dei Church, per sua natura, si adatta perfettamente alla scenografia allestita da Phillips.
Il folk-blues della "City Of Refuge" di Cave perde la carica travolgente e luciferina dell’originale e si trasforma in una ammaliante e fosca ballata western, perfetta colonna sonora per una novella di Joe Lansdale ed appropriata introduzione ad una “So Central Rain (I'm Sorry)” molto più scura della versione dei R.E.M.. "Boys Don't Cry" dei Cure, caratterizzata dal suono dell’ukulele e di un toy piano, sembra realmente suonata con gli strumenti giocattolo del video originale.
Chiude
la scaletta un’intensa “Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me” degli
Smiths che, tuttavia, a parere di chi scrive, risulta inferiore all’originale
in cui l’arrangiamento elettrico e la chitarra di Johnny Marr danno la carica
giusta senza la quale il brano risulta eccessivamente “lagnoso”.
In ogni caso, Nineteeneighties
è un disco bellissimo, eseguito in modo impeccabile che, se fosse composto da
materiale originale, non esiterei a definire un capolavoro assoluto. Uno dei
pochi album di cover che riesce ad rispettare lo spirito dei brani pur trattandoli
con originalità.
Etereo ed oscuramente romantico, Nineteeneighties è un onirico viaggio nel passato che Phillips - moderno
pifferaio di Hamelin - compie per se stesso e per guidare tutti coloro che
vogliano lasciarsi incantare e vogliano perdersi (per 43 minuti) nei suoi
sognanti anni 80.



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