VIOLENT FEMMES Violent Femmes - US 1983
VIOLENT FEMMES
Violent Femmes - US 1983
Conservo ancora una musicassetta, una Sony FN 90, su cui il mio amico Maurizio aveva selezionato una compilation - oggi si direbbe una playlist – intitolata New Psychedelic Wave, per farmi conoscere alcune band emergenti in quella prima metà degli anni 80, che lui, con buona ragione, riteneva imprescindibili.
In realtà erano compresi gruppi non necessariamente psichedelici, ma che appartenevano alla new wave caratterizzata da atmosfere più oscure o, comunque, al rock “nuovo” che reinterpretava la lezione degli anni 60 e 70 alla luce della rivoluzione punk. Nella lista c’erano i REM, i Sisters of Mercy, i Rain Parade, gli Smiths ed altri.
E poi c’erano le Violent Femmes, le Femmine Violente, che mi incuriosirono fin dal nome, quasi un ossimoro, perché si tratta di due concetti che non viene spontaneo associare, anche se indubbiamente le donne possono essere violente. “Blister in the Sun” e “Add it Up” erano le due canzoni in scaletta che mi colpirono come una mazza da baseball.
Attitudine Punk e
strumentazione prevalentemente acustica generano il folk apocrifo delle Violent
Femmes, geniale ed inimmaginabile in quel 1983 dominato da new wave, pop plastificato
e raffiche di sintetizzatori. Gordon Gano (chitarra e voce), Brian Ritchie (basso) e Victor
De Lorenzo (batteria), da
Milwaukee, Wisconsin, esordiscono con un album in cui seviziano la tradizione
americana creando canzoni che sono manuali di depravazione di provincia, breviari
di nevrosi adolescenziale e di frustrazione sessuale.
Invettiva isterica, ironica autocommiserazione, una chitarra stralunata, basso acustico ipercinetico ed una batteria composta praticamente dal solo rullante, suonata con le spazzole ed in piedi. Questi sono gli elementi costitutivi di dieci tracce (dodici nella ristampa cd) bislacche ed irresistibili, ognuna a suo modo un piccolo capolavoro. La sincopata “Blister in the sun”; il punk rurale, paranoico e balbettate di “Kiss off”; “Please Do Not Go”, scandita da un giro di basso indimenticabile; “Add it up”, un boogie martellante, semiacustico crogiuolo di tensioni sessuali irrisolte che consegna i Violent Femmes alla storia; “Confessions”, cantilenante blues che degenera in nevrosi elettrica. Solo per citare alcune meraviglie. Lou Reed, Bob Dylan ed i Talking Heads, in cerca di redenzione, che intonano rockabilly degenerati, folk-blues randagi, ballate taglienti, talvolta segnate da digressioni rumoriste, con Gordon Gano impegnato nei suoi soliloqui. Splendori che assurgono immediatamente al ruolo di classici e che saranno replicati un anno dopo con Hallowed Ground, che prosegue sulla strada della alterazione della musica tradizionale ed a cui seguirà, purtroppo, una discografia altalenante.



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