BRUCE SPRINGSTEEN Born In The U.S.A. - US 1984
BRUCE SPRINGSTEEN
Born In The U.S.A. - US 1984
Sono passati 40 anni ma io ricordo bene l’estate dei miei
sedici anni a Roseto degli Abruzzi ed il gruppetto di amici, che conoscendo la
mia passione per il Boss, mi regalarono questo vinile in anticipo rispetto al
mio onomastico che giungeva alla fine di agosto.
Born In The USA
con i suoi inni travolgenti, le melodie ispirate e la sua straordinaria energia
era sostanza altamente infiammabile, al cui contatto il cuore ardente di un
sedicenne non poteva che avvampare.
Nella mia camera d’albergo non avevo nulla per ascoltare il
vinile e così, qualche volta, la sera, andavamo all’ultimo piano dell’Hotel,
nella stanza di due ragazze di un paio d’anni più grandi di me che lavoravano lì
come cameriere e che avevano un giradischi mono portatile. Così, tra una birra
ed una sigaretta - prime trasgressioni per apparire più adulto e più rocker -
mettevamo su il disco e lo ascoltavamo per ore, parlando di musica e di
qualsiasi altra cosa.
Ma in quell’afosa estate del 1984 “Dancing in The Dark”,
“Born In The USA” ed “I’m On Fire si sentivano ovunque ed io, da allora, ho
sempre associato il ricordo di questo disco ad un’altra canzone che spopolava nei
Juke box, “Sneaking Out The Back Door” dei Matt Bianco.
Misteri della memoria.
A dispetto di alcune sonorità tipicamente mainstream, in
stridente contrasto con la magnifica asprezza del predecessore Nebraska (per il quale erano state
composte anche “Born In The USA”, “Downbound Train”, “Working On The Highway” -
con il titolo “Child Bride” - e “I’m On Fire”, poi scartate per essere incise
in versione full band), il settimo album di Bruce Springsteen - quello dei milioni di copie vendute in tutto il
mondo - tratta i temi da sempre cari al Boss.
Sotto la superficie festosa e roboante, infatti, serpeggia
la tensione tra aspirazioni frustrate e lotta senza possibilità di resa, tra
fuga e nostalgia, tra perdizione e riscatto, tra memoria collettiva ed il
tormento di una nazione che non viene mai a patti con i propri errori.
La title track, pur pervasa da un sentimento patriottico, è
un attacco frontale antimilitarista all’America che aveva dimenticato i propri
figli mandati a combattere in Vietnam. La cadenza marziale, il titolo urlato
con la veemenza di un grido di battaglia, sono i rintocchi della campana della
libertà che chiama a raccolta la working class americana.
I capolavori “Cover Me”, “No Surrender”, “Bobby Jean”
(verosimilmente dedicata all’amico Steve
Van Zandt che abbandona la E Street
Band), “I'm Goin' Down”, e la stessa “Born In The USA”, esprimono tutta la
potenza dell'epica proletaria springsteeniana venata di pessimismo e
malinconia.
L’atmosfera nostalgica di “Downbound Train”, “Glory Days” e
di “My Hometown” trabocca di rimpianto e reminiscenze giovanili.
Anche l’honky tonky di “Darlington County” e soprattutto il
rockabilly di “Working On The Highway” sono ingannevolmente ottimisti e
spensierati, ma in realtà sono in linea con la visione cupa del sogno americano
che percorre tutto l’album.
Persino la ballabile “Dancing in the Dark” ed il country di
“I'm On Fire” - i due singoli di maggior successo tra i sette estratti - sono
dotate di un'intensa carica emotiva che esprime rassegnazione innanzi alla
realtà cruda dell’esistenza.
Le chitarre sono sempre in evidenza, ma per la prima volta
la E Street Band introduce suoni sintetizzati che in alcuni brani sono
particolarmente invadenti.
Senza il corposo contributo dei sintetizzatori, canzoni come
“Born In The USA”, “I’m On Fire”, “Dancing In The Dark”, “Glory Days”, forse
non sarebbero le stesse e forse l’album nel suo complesso non avrebbe avuto il
successo planetario che ottenne.
Eppure sono convinto che questo disco eccezionale, vibrante
del carisma da predicatore nel deserto di Bruce, di passione patriottica
autentica seppur demagogica, di dolorosa rassegnazione nel veder svanire la
terra promessa e gli ideali della gente comune, se fosse stato interpretato da
una strumentazione ridotta e con arrangiamenti più asciutti e spigolosi,
sarebbe divenuto il capolavoro Rock’n’Roll più potente e trascinante degli
ultimi 40 anni.
Non lo sapremo mai.
Born in the USA
fotografa un’America ancora in bilico tra grandezza democratica e decadenza,
tra realizzazione di un sogno e risveglio dall’utopia. Un’America che da quel
momento ed ancor più dall’inizio del decennio successivo, dopo la dissoluzione
dell’arcinemico Sovietico, proseguirà lungo la china che l’ha condotta alla
debolezza sociale e politica di oggi.
A 16 anni guardavo il
video di “Born In The USA” con lo spirito infiammato da quell’inno incendiario,
dal pugno alzato di Bruce che con la mano sinistra stringeva il manico della
sua Telecaster come fosse una spada e pensavo - da ragazzo di provincia italica
- che essere nato negli USA fosse una gran figata.
Oggi non ne sono più così sicuro.




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