MARK LANEGAN Whiskey For The Holy Ghost - US 1993


 


















MARK LANEGAN
Whiskey For The Holy Ghost - US 1994

La prima volta che ho sentito parlare del nostro album fu tra una forchettata di spaghetti ed un bicchiere di vino.

Io e Pasquale eravamo stati compagni di scuola alle medie ed al Liceo, poi all’Università avevamo scelto facoltà diverse ma non ci eravamo persi di vista. La passione per la musica, per la lettura, per i giochi da tavolo e le tante cose che avevamo condiviso sin da ragazzini erano un collante potente.

Quella sera - non ricordo perché - mi presentai a casa sua abbastanza tardi. Pasquale, raccomandandomi di non fare rumore perché i genitori erano andati a dormire, mi fece entrare in cucina. C’erano degli spaghetti avanzati sul tavolo e ci mettemmo a mangiare mentre lui mi parlava di Mark Lanegan (che io conoscevo come cantante degli Screaming Trees di Seattle, band cardine del Grunge di quei primi anni ’90) e del suo Whiskey For The Holy Ghost, secondo album della sua carriera discografica parallela a quella della band.

Whiskey For The Holy Ghost - splendido il titolo ancor più della copertina - trasforma il folk-blues in qualcosa di nuovo, di estremamente personale e coerente, malgrado sia stato registrato sporadicamente nell’arco di tre anni a causa dei problemi di Dark Mark con l’abuso di sostanze.

È un album intriso di emozioni lente e profonde, esaltate da un arrangiamento  sminuzzato, fluttuante, minimale, in cui la voce di Lanegan risuona dolente, arrabbiata, rassegnata, impregnata di bourbon e nicotina tanto da rendere quasi percepibile il fumo delle sigarette e il sapore del whisky.

Il preludio è affidato a “The River Rise”, ballata con le delicate chitarre acustiche che fanno da contrappunto alle poche note di chitarra elettrica e al rullante solitario, seguita dal crescendo epico di “Borracho”, in cui Lanegan intona un registro roco e tenebroso che odora di sbronze e di deserto.

Ma tutto qui è memorabile. L’introspezione folk di “House A Home”; la ballata bisbigliata di “Kingdoms Of Rain” che si dipana, splendida, tra Cohen e l’ultimo Cash, tra chitarre acustiche ed il suono plumbeo di un organo; il folk da camera di “Carnival”; la struggente “Riding The Nightingale”; l’enigmatica ambiguità di “El Sol”, malinconica e desolante nel testo ma dalla musica suggestiva di speranza; il country sinistro di "Dead On You" e quello che colpisce al cuore di “Shooting Gallery”; lo sfinimento di “Sunrise”; la traversata del deserto di “Pendulum", un “tempo” ed un “luogo” di tentazione e di privazione in cui Mark - novello Giovanni Battista - predica con voce logora, in cui echeggia tutta la stanchezza del mondo.

“Sono stanco quanto può esserlo un uomo”.

Chiudono i giochi la lapidaria e spettrale “Judas Touch” e la solennità folk-blues di “Beggar's Blues”.

Whiskey For The Holy Ghost svela, canzone dopo canzone, di essere un vangelo apocrifo in cui ogni pagina ha il suo intimo valore ed in cui Lanegan fa sfoggio della sua sapienza compositiva, segnando - probabilmente - il punto più alto della sua carriera.

Whiskey for the Holy Ghost è attuale oggi come 30 anni fa, perché la sofferenza umana è sempre contemporanea, perché lottare per tentare di porre rimedio ai propri errori è sempre giusto, perché la voce di Dark Mark - una volta ascoltata - non ti abbandona più, perché quando mettiamo sul piatto questo disco lo Spirito Santo, affaticato e male in arnese, si ferma accanto a noi, si accende una sigaretta, si versa un bicchiere di quello buono e guarda affranto questo mondo mentre la musica di Lanegan lenisce un po’ il dolore.





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