NEIL YOUNG With CRAZY HORSE Zuma - US 1975




















NEIL YOUNG with CRAZY HORSE
Zuma - US 1975

È da un  po’ che penso di farmi stampare la copertina di Zuma su una T-shirt bianca.

Il tratto del disegno non è accurato, anzi è un po’ infantile, eppure quello schizzo a penna, fatto in appena dieci minuti da James Mazzeo, amico d'infanzia di Neil, è una delle mie copertine preferite.

Il grande uccello che trasporta la donna nuda appare minaccioso. Sorvola una piramide che sembra più egizia che azteca, mentre sullo sfondo il sole tramonta su una spiaggia di fronte alla quale è disegnata la sagoma di un veliero alla fonda.

E poi c’è il cactus che fa il dito medio!

Zuma (pronunciato all’inglese, con la S dolce) fa pensare a luoghi esotici e lontani. Ed in effetti, è il nome della spiaggia situata a pochi passi dalla casa di Malibù dove è stato registrato il nostro album ed è anche l’abbreviazione - il diminutivo, potremmo dire - di Montezuma, il nome dell’imperatore azteco che vide il suo popolo soccombere alla spietata invasione dei conquistadores spagnoli, ricordata in “Cortez The Killer”.

Ma Zuma è soprattutto uno degli album più belli di Neil Young, forse addirittura il migliore, ma questa è un'affermazione audace se si considerano album come Everybody Knows This Is Nowhere (1969), After The Gold Rush (1970), Harvest (1972), On The Beach (1974) e Tonight's The Night (1975).

È però certo che Zuma è il primo disco di Neil che ho ascoltato, alcune ere geologiche fa, grazie al mio amico d’infanzia Luca (promotore di molti dischi per me fondamentali, dai primi Pink Floyd ai Clash), ma soprattutto grazie a Stefano, suo fratello maggiore, possessore di una parte sostanziosa della discografia del menestrello di “Last Trip To Tulsa” che, nella sua opera quasi sterminata, ha riunito il folk-rock più elegiaco e ballate psichedeliche maestose e dilatate, angoscia apocalittica e cupe riflessioni, in una sorta di crociata morale - non priva di contraddizioni - lunga tutta la vita.

La musica popolare americana è segnata indelebilmente da una trinità rappresentata da Dylan, padre metafisico della protesta politica; da Springsteen, in qualche modo figlio, cantore dell’epica della vita ordinaria; e da Young, spirito santo schizofrenico, figlio dei fiori e della nevrosi individuale, ibrido tra folk-singer e punk, inventore di uno stile chitarristico distorto, cacofonico, che avrebbe influenzato la generazione Grunge.

E lo spirito santo, canadese e solitario, giunge alla metà degli anni ’70 stremato da una crisi esistenziale successiva alla morte per overdose dell’amico Danny Whitten (leader dei Crazy Horse) e del roadie Bruce Berry, in preda alla quale aveva pubblicato tre album intrisi di eroina, morte e disillusione, Time Fades Away, On The Beach e Tonight's the Night (inciso prima ma uscito dopo On The Beach), oggi noti come la “Trilogia del Dolore” (The Ditch Trilogy), che fotografano in modo sgranato ed allucinato il triennio più nero dell'intera carriera di Neil.

Con Zuma, del 1975, Young finalmente riemerge dal suo abisso personale e ricostituisce i Crazy Horse, rivitalizzati dall’arrivo del chitarrista ritmico Frank “Poncho” Sampedro che si aggrega ai veterani Ralph Molina (batteria) e Billy Talbot (basso).

I Crazy Horse non sono dei virtuosi, come non lo è Young, ma suonano con passione travolgente sette delle nove canzoni dell'album.

La splendida apertura sixties dei due minuti e mezzo di “Don't Cry No Tears” conduce senza alcun preavviso all’oscurità di “Danger Bird”, dove la voce dolorosa di Neil e la sua chitarra lancinante scavano solchi profondi nell’anima.

l’acustica “Pardon My Heart” - senza i Crazy Horse - è soave folk crepuscolare che ben si accompagna al country-rock semplice e puro dell’incantevole “Looking For A Love”.

“Barstool Blues”, la splendida “Stupid Girl” e l’incalzante “Drive Back” sono i brani più rock’n‘roll dell'album, con gli Horse che - soprattutto sull’ultima - fanno scintille.

Ma il fulcro di questo disco sono gli oltre sette, incredibili minuti di “Cortez The Killer” che segnano il ritorno alla jam lenta, elettrica, epica, onirica, lacerante, con i Crazy Horse che ripercorrono i sentieri già intrapresi con “Down by the River” e “Cowgirl in the Sand”(entrambe su Everybody Knows This Is Nowhere). Mentre il finale è affidato alla dolce malinconia di “Through My Sails”, a cui partecipano Crosby, Stills e Nash.

Zuma è la catarsi che lava via il dolore ma non cancella le cicatrici.

 


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