NEW YORK DOLLS New York Dolls - US 1973




 

















NEW YORK DOLLS
New York Dolls - US 1973

Oltraggiose, provocatrici, irriverenti, le Bambole di New York costituiscono l’anello di congiunzione tra il rock'n'roll ed il punk-rock, pur non rientrando in senso stretto in nessuno di questi due generi.

Le Dolls iniziano a battere sulle strade di New York nell’ottobre del 1971, promotrici di un suono che partiva dai Rolling Stones - con David Johansen che esasperava le movenze insolenti di Mick Jagger - ma che li superava per potenza e velocità, ponendo le basi, concettuali e musicali, di quel genere che verrà poi definito punk.

L’intensità ritmica di Jerry Nolan (che sostituì Billy Murcia, morto nel novembre 1972 a causa di un cocktail di alcol e droghe, ancor prima di aver inciso il primo album), il basso cupo di Arthur "Killer" Kane, le sciabolate heavy della chitarra di Sylvain Sylvain che duellava con quella lacerante e bluesy di Johnny Thunders, producevano un rhythm and blues affetto da crisi epilettiche e deflagrazioni sonore mutuate da Stooges e MC5 che aggrediva l’ascoltatore con incalzante ferocia.

La loro brevissima, bruciante carriera, sottovalutata se non dalla critica certamente dal grande pubblico, inizia con i primi concerti in cui i cinque musicisti si presentavano travestiti come drag queen e prosegue, nell’aprile del 1973, con la pubblicazione per la Mercury dell’omonimo album di debutto grazie al quale le New York Dolls - a riprova di quanto potessero essere polarizzanti - riescono nella difficile impresa di essere elette sia "Best New Band" che "Worst Band" nel sondaggio annuale dei lettori di Creem Magazine.

Il loro rauco ed elementare hard rock’n’roll viene distillato in undici brani scalmanati e lancinanti, depravati e selvaggi, costituiti da riff epici e ritmi tribali, tra ambiguità sessuale e sfrontatezza da disadattati urbani.

L’album si apre con la propulsiva e travolgente “Personality Crisis” che forma uno straordinario trittico iniziale con la successiva ed altrettanto intensa e vibrante “Lookin’ for A Kiss” e con la furiosa progressione di “Vietnamese Baby”.

“Lonely Planet Boy”, sospeso tra glam e folk rock, è l’unico brano che concede una tregua sonora,

Il rock ‘n’roll supersonico di “Subway Train” e soprattutto di “Pills”, splendida cover che offusca l’originale di Bo Diddley, ma anche le elettrizzanti e rabbiose “Frankenstein”, “Trash”, “Bad Girl”, “Private World” e la conclusiva “Jet Boy” costituiscono tutte una chiara anticipazione del punk-rock.

New York Dolls è una audace dichiarazione di intenti ed uno dei più grandi album di quel rock cialtrone e stradaiolo il cui seme era stato piantato nel decennio precedente dagli Stones. Tuttavia, la band, lacerata da problemi di droga e frustrata dalla mancanza del successo che otterrà postumo, si scioglierà qualche tempo dopo la pubblicazione dell’inferiore Too Much Too Soon dell’anno successivo.

Finiva così la storia iniziata per gioco dal diciannovenne egiziano Sylvain Mizrahi con i compagni di liceo Billy Murcia e Johnny Genzale, poi ribattezzatosi Thunders, ma nasceva la leggenda delle New York Dolls.

 P.S.

Nel 2004, nonostante le morti di Thunders, Nolan e poco dopo di Kane, la band si è riformata e tra il 2006 ed il 2011 ha pubblicato tre album mediocri con una formazione in cui, delle originali Dolls, restavano i soli Johansen e Sylvayn, scomparso anche lui il 13 gennaio 2021.


P.P.S.

La sera del 7 agosto 1986 - un giovedì - ero innanzi all’entrata dello storico Marquee Club di Londra per assistere al concerto di Sylvain Sylvain with The Black Cats.

Ero in anticipo. Pagai quattro sterline (!!) per acquistare il biglietto ed entrai in uno dei templi della swinging London, dove avevano suonato tutti, dagli Who agli Stones, dai Cream ai Doors, da Muddy Waters agli Animals, da John Lee Hooker ai Pink Floyd, da Hendrix ai Led Zeppelin. Bevvi una pinta di birra al bancone. Mi aggirai per la sala per annusarne l’atmosfera e lì, in un angolo, c’era Sylvain che si stava fumando una sigaretta. Fu un po’ come vedere a due metri da me l’uomo ragno.

Superando la timidezza del diciottenne che si trovava al cospetto di un essere (almeno per lui) mitologico, mi avvicinai e lo salutai, dicendogli che venivo dall’Italia, che ero un fan delle New York Dolls, che amavo il suo modo di suonare la chitarra (il che non era del tutto vero perché ho sempre preferito Johnny Thunders). Lui sorrise e attaccò a parlare velocissimo, volgendo lo sguardo allucinato in tutte le direzioni tranne che verso di me. Non capii nulla.

Mi resi conto che Sylvain probabilmente era sotto l’effetto di qualche sostanza e che il mio inglese non era adeguato alla situazione. Bofonchiai un saluto e mi allontanai imbarazzato.

Questo è il breve resoconto del mio incontro con una delle Bambole di New York.

Del concerto non ricordo praticamente nulla.






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