THE CURE Songs Of A Lost World - UK 2024
THE CURE
Songs Of A Lost World - UK 2024
Songs Of A Lost World,
irrompe nelle nostre vite - nella mia di ormai ultra cinquantenne - dopo sedici
anni di silenzio e, con una punta di stupore, scopriamo che quel qualcosa di
elegante, malinconico, oscuro ed adulto che c’è sempre stato nella musica dei
Cure, c’è ancora. Ed alla prima sillaba, pronunciata dopo 3 minuti e ventun
secondi dall’inizio del primo brano, sentiamo che la voce è proprio quella di Robert Smith, quella che ricordavamo. E
tutto ciò non era così ovvio.
L’uscita più volte annunciata e rinviata, la distanza
temporale dall’ultimo disco e quella quasi siderale dall’ultima uscita
discografica che avesse un reale valore artistico superiore alla mera routine,
rende di per sé Songs un evento o,
forse, l’evento musicale del 2024 e c’era, dunque, il rischio che questo disco
fosse ammantato - pur senza averne la sostanza - di un’aura di sacralità da
santo Graal, da mito Arturiano, da chancon
de geste.
Così non è.
Sono i Cure, quelli dei tempi migliori, con un suono epico,
enfatico, maestoso, deliziosamente ed elegantemente stanco, accompagnato da
testi di grande impatto emotivo.
In Songs Of A Lost
World non ci sono toni leggeri, canzoni pop, hit single ma solo bellezza
oscura e potente che si fa beffa dello streaming.
Otto canzoni dilatate, romantiche e dolenti in cui Smith
affronta i temi della mortalità e della perdita, creando una sorta di
testamento irrequieto e poetico, brulicante di emozioni contorte, audace nel
suo groviglio di sintetizzatori e di chitarre ora melodiche, ora distorte e
fragorose, con il basso di Simon Gallup
che fornisce un battito viscerale e la batteria che perfora il suono
stratificato in un modo che ricorda i ritmi di Pornography.
Otto canzoni spiraliformi, aperte da lunghe introduzioni
strumentali, unite da una straordinaria coesione concettuale e stilistica che
collega l’iniziale “Alone” alla conclusiva “Endsong” in un circolo virtuoso,
senza soluzione di continuità, che induce a riascoltare l’album in loop.
L’apertura potente, oscura, orchestrale del singolo “Alone”
fluttua sognante mentre le note sdolcinate di “And Nothing Is Forever” ti
irretiscono il muscolo cardiaco.
La nitida cupezza di “A Fragile Thing”, la maestosa marcia
funebre di “Warsong” densa di feedback e distorsione, l’energia granitica e
post-punk di “Drone: Nodrone”, la
struggente delicatezza di “I Can Never Say Goodbye”, l’incalzante e funerea “All
I Ever Am”, la liturgia epica e disperata della conclusiva “Endsong”, apice del
disco, in cui Robert entra in scena con la sua voce dopo sei minuti di
stratificazione sonora, sono la dimostrazione che Songs è dotato di forma e sostanza.
Songs Of A Lost World
è il tentativo di un ragazzo immaginario di 65 anni di venire a patti con il
divenire transeunte dell’esperienza umana, con l’idea della trasformazione e
della perdita, attraverso otto canzoni provenienti da un mondo perduto.
Robert Smith e soci ci offrono un album sincero, coerente,
antico e moderno allo stesso tempo, che si avvicina sensibilmente ai picchi
della loro produzione, dalle parti di Pornography
e di Disintegration per intendersi.
Songs Of A Lost World
è l’epitaffio da scrivere in lettere d’oro a futura memoria dei Cure.




Commenti
Posta un commento