U2 The Unforgettable Fire - UK 1984


U2
The Unforgettable Fire - UK 1984

The Unforgettable Fire è il segno di una trasformazione.

È un viaggio verso l’ignoto in cui gli U2 affidano il timone ai nocchieri Brian Eno e Daniel Lanois.

L'energia inquieta del post-punk ardimentoso che aveva caratterizzato i loro primi tre dischi si trasforma in sonorità di respiro più ampio e catartico, a combustione più lenta, ma non per questo meno coinvolgente.

I quattro giovani irlandesi tornano dal fronte dopo aver combattuto Sotto Un Cielo Rosso Sangue, cantando le loro canzoni giubilanti di trionfo e dolore, stanchi ma euforici, scaldandosi al calore del loro “fuoco indimenticabile” che incendia lo Slane Castle,  contea di Meath, nell’atmosfera mistica della campagna irlandese, dove i nostri allestiscono la sala di registrazione, anche se la copertina porpora e oro di The Unforgettable Fire immortala le rovine altrettanto mistiche del castello di Moydrum.

Il titolo dell’album viene ispirato da una mostra di quadri dipinti dai sopravvissuti all’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki. Ma il fuoco indimenticabile degli U2 è duplice; non è solo quel fuoco distruttivo, è anche il fuoco interiore che anima uomini che hanno lottato per la giustizia e per i diritti di tutti, come Martin Luther King, al quale sono dedicate “Pride” e la conclusiva “MLK”.

Gli U2, interpretano l’inquietudine di una generazione ed incidono nel 1984 un album che, quarant’anni dopo, resta significativamente attuale, pur arrancando in alcuni momenti, schiacciato da un senso di incompiutezza e dalla produzione Eno/Lanois non sempre felice.

L'elemento più originale del loro sound non è Il canto intenso di Bono Vox - talvolta anche troppo melodrammatico - quanto piuttosto lo stile chitarristico unico, semplice e frenetico di The Edge, il quale non suonerà mai meglio che in quest’album, assecondato dal ritmo granitico prodotto da Adam Clayton e Larry Mullen Jr.

La trascinante e commovente sebbene abusata “Pride”, l’eterea e quasi sinfonica “The Unforgettable Fire”, risuonante di echi dei Cure, e la meravigliosa ed agghiacciante elegia di “Bad” sono i capolavori di questo album, seguiti dappresso dal post-punk nervoso e fremente di elettricità di “Wire” e di “Indian Summer Sky” e dalla delicata psichedelia di “Promenade”.

Confusa e pretenziosa appare, invece, l’apertura di “Sort Of Homecoming”, come pure il pessimo tentativo si sperimentazione di “Elvis Presley and America”, mentre la strumentale “4th Of July” è un inutile riempitivo.

L’album si chiude con la ninna nanna di “MLK”, un po’ insipida ma salvata dalla toccante interpretazione vocale di Bono.

Come si scriveva in apertura, The Unforgettable Fire è un passaggio evolutivo, uno snodo fondamentale che, per proseguire la metafora del nocchiero, traghetterà gli U2 direttamente verso il loro capolavoro e che rende perciò questo album forse ancora più importante del capolavoro stesso.

Non è casuale, infatti, che “Where The Streets Have No Name”, primo brano del successivo The Joshua Tree, sembri ricominciare esattamente lì, dove finisce “MLK”, ultimo brano di The Unforgettable Fire.





 

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