DOORS L.A.Woman - US 1971
DOORS
L.A.Woman - US 1971
Quando fu pubblicato, il 19 aprile del 1971, L. A. Woman apparve come l'inizio di un
rinnovamento ed invece era la fine.
James Douglas
Morrison, il 3 luglio 1971, all'età di 27 anni, fu trovato morto per un
arresto cardiaco nella vasca da bagno del suo appartamento di Parigi e senza di
lui i Doors svanirono velocemente,
dopo due album mediocri.
L.A. Woman, sesto
album della band, è dunque il testamento involontario del “Re Lucertola” che,
finite le registrazioni, aveva lasciato Los Angeles alla volta di Parigi, in
cerca di un oblio dal quale non sapremo mai se avrebbe fatto ritorno.
I Doors semplificano e rinnovano il proprio sound
accentuandone la matrice Blues e arricchendola con residui di psichedelia, aggiornando
la grezza visceralità del loro primo album di soli quattro anni prima.
In L.A. woman ci
sono visioni poetiche potenti ed anche la leggerezza commerciale del singolo
“Love Her Madly”, ma è il Blues a dominare sopra ogni cosa, il Blues in grado
di scavare in fondo all’anima, in grado di svegliare tutti i demoni di Jim che
dimorano nei suoi testi e nei classici giri armonici di “Been Down So Long”, “Cars
Hiss By My Window” e della cover di “Crawling King snake” (di John Lee Hooker) ma soprattutto
nell’inquietante “L'America”, nella soave amarezza dell’ermetica “Hyacinth
House”, in cui Morrison, chiudendo un cerchio ideale iniziato con “The End”,
dichiara di aver bisogno di una nuova amica, la “fine”.
Ma il Blues è presente - sotto forma di variante - anche nel
groove Funky di “The Changeling”, nella
declamatoria “The Wasp”, nei due capolavori, “L.A. Woman” - in cui Jim
scatena il suo furore dionisiaco sulle note del pianoforte honkytonk di Manzarek, della chitarra acida di Krieger e sul ritmo incalzante di Densmore - e “Riders On The Storm”, crepuscolare
e minacciosa, percorsa da una malinconia meditabonda, sottolineata dal rumore
della pioggia battente e dei tuoni, presagio di conclusione.
Ed anche la voce drammatica di Morrison suona più logora e
ruvida, oscillante tra tonalità black e da tenore da lounge bar, adattandosi
perfettamente all’atmosfera di gloriosa sconfitta che alberga tra questi solchi
di vinile, a cui corrisponde il mutamento fisico di un Jim barbuto ed
ingrassato, in antitesi con la prorompente fisicità da bello e dannato della
copertina dell’album di debutto,
Viaggio, fuga, rifiuto dell’identità da rockstar, di cui
potrebbe essere sintomatica la rinuncia all’articolo determinativo che spicca
sulla copertina di L.A. Woman, dove
non c’è più The Doors ma, semplicemente, Doors, quasi a voler evidenziare una
cesura tra ciò che era stato ed un nuovo corso che stava iniziando.
L’improvvisa morte di Jim ci ha impedito di conoscere quale
sarebbe stato il seguito della storia ma è innegabile che il percorso della
band, per lo meno quello con Jim Morrison, si sia concluso con un album,
sincero e grandioso, forse il loro migliore.
L.A. Woman è la
luce perpetua che illumina il mausoleo dei Doors.




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