ECHO & THE BUNNYMEN Ocean Rain - UK 1984




















ECHO & THE BUNNYMEN
Ocean Rain - UK 1984

Non sono mai stato un fan dei Bunnymen.

Pur apprezzando la band di Liverpool, non ne sono mai stato un sostenitore sfegatato, un po’ per un certo stile barocco della loro musica, un po’ a causa del narcisismo di Ian McCulloch, il quale, con la sua proverbiale immodestia ha definito Ocean Rain - quarto album di Echo & the Bunnymen che ha compiuto quarant’anni quest’anno -"the greatest album ever recorded".

L’enfatico Ian mi ricorda Pirgopolinice, il Miles Gloriosus di Plauto, il soldato vanaglorioso che esagera smisuratamente le proprie doti e le proprie imprese. Tuttavia, se mutiamo l’articolo in indeterminativo, l’incondizionata affermazione di McCulloch - pur restando nel campo dell’iperbole - inizia ad avvicinarsi alla realtà.

Ocean Rain non è “il più grande album mai inciso” ma è certamente un album di inebriante bellezza, drammatico e maestoso, perfetto connubio di ruvidezza post-punk ed eleganza pop. Musica inquieta ed evocativa per chitarre ed orchestra che trova il proprio fulcro emotivo nella melodrammatica e sensuale "The Killing Moon", apice ineguagliabile dei Bunnymen.

Ian Mc Culloch, altero, arrogante, verboso, non accenna un sorriso ma sa costruire armonie vocali capaci di provocare un brivido profondo in chi ascolta. Ed anche quando, tra timpani ed archi, la musica di Ocean Rain diviene barocca, riesce comunque a conservare un equilibrio formale che non rompe mai gli argini.

La briosa tessitura di chitarre e gli affascinanti arrangiamenti d’archi di “Silver”, l’oscura e orchestrale teatralità di "Nocturnal Me", gli intrecci percussivi di "Thorn Of Crowns" dal sapore vagamente orientale, la delicata euforia di "Seven Seas", l'elegante intimismo della title-track dallo strepitoso finale in crescendo, dove gli archi sostengono i vocalismi luminosi di McCulloch, rendono Ocean Rain l’album più memorabile di Echo & the Bunnymen.

E sopra tutto ciò, su questo sontuoso coacervo di pop, new wave e psichedelia, sta lì a troneggiare “The Killing Moon”, epica e decadente, carica di dolore e di bellezza, abisso oscuro e vellutato in cui lasciarsi sprofondare in solitudine mentre piove una pioggia senza fine, una pioggia oceanica.




 


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