THE CURE Pornography - UK 1982
THE CURE
Pornography - UK 1982
Un buco nero.
Pornography, quarto album dei Cure, è un buco nero totalmente e
desolatamente privo di luce al cui interno il tempo stesso non esiste. Al suo
interno il tempo diventa immaginario, come i tre ragazzi inglesi (Three Imaginary Boys) che nel 1979
avevano iniziato a cercare La Cura al loro mal di vivere.
Ma nel 1982,
l’uscita di Pornography - capitolo
finale della trilogia di cui fanno parte Seventeen
Seconds e Faith – con la sua letale
miscela di angoscia esistenziale, funereo nichilismo e ossessione paranoica,
testimonia piuttosto l’aggravarsi della malattia che costringe il cantante e
chitarrista Robert Smith a compiere
un viaggio nei meandri della sua anima tormentata, offuscata dalle
droghe, dall’alcol ed in preda alla depressione.
Pornography rappresenta un punto di non ritorno
per Smith, Laurence Tolhurst e Simon Gallup; è la fine necessaria di
un ciclo, a cui la band sopravvivrà solo al prezzo di un cambio di traiettoria
repentino e sconcertante.
Pornography è un grido d’angoscia disperato,
decadente e rabbioso, dalle tinte simbolicamente bicromatiche, virate dal rosso
al nero, come i colori della copertina dell’album sulla quale le figure sfocate
dei tre ragazzi immaginari assumono sfumature demoniache.
Pornography è l'album più oscuro e inaccessibile
che i Cure abbiano mai realizzato, con Robert Smith al collasso psichico che lancia
il suo urlo di protesta contro la vita e l’ineluttabilità della morte, che declama
il proprio dramma esistenziale immerso in vortici glaciali di elettronica e
distorsioni chitarristiche che sfociano in una psichedelia sinfonica, romantica
e tenebrosa.
Pornography crea un wall of sound (NME lo definì “Phil
Spector all’inferno”) che rende le canzoni ancestrali e solenni, cupe e tormentate,
degne colonne sonore della disperazione di Smith.
“Non importa se moriremo tutti”. Questa è la prima frase pronunciata
in apertura del disco in ”One Hundred Years” che con il flanging selvaggio
della chitarra ed il basso pulsante trasmette una sensazione di rabbiosa
caducità che seguita tra i suoni sinistri e roboanti di ”A Short Term Effect”
mentre l’atmosfera diviene ancora più convulsa e desolata con la marziale “The
Hanging Garden”, esasperata dal basso impetuoso e dal drumming tribale di Lol Tohlurst.
Segue la
nenia spettrale ed ipnotica della bellissima “Siamese Twins” che avvolge nelle
proprie spire l’ascoltatore, soffocandolo, per poi concedergli di nuovo il
respiro con la più ariosa seppur plumbea e struggente “The Figurehead”.
Passando attraverso
il pattern percussivo ipnotico e la chitarra dissonante di “A Strange Day”, si
arriva alla formidabile ancorché annichilente “Cold”, marcia funebre minimale e
claustrofobica introdotta da una torva linea di violoncello e giocata sul
fragore della batteria, sulle algide note della tastiera e sulla voce alienata
di Smith.
Il viaggio
sofferente di Pornography termina con
la titletrack che, con il suo magma rumoristico ribollente e distorto, alimenta
ulteriormente il senso di smarrimento dell’ascoltatore.
I Cure dei
primi anni ’80 finiscono qui.
Nei mesi
successivi il gruppo, di fatto, non esiste più.
Per
sopravvivere alla sua creatura, Smith dovrà distruggerla e farla risorgere
sotto le sembianze di band dark-pop da classifica, scrollandosi di dosso il periodo
più buio della sua vita e tumulando nella cappella di famiglia il lato più
profondamente oscuro dei Cure.
Di tanto in
tanto Robert Smith tornerà a fissare l’abisso, come testimonia il legame che in
qualche modo collega Pornography a Disintegration, ma a quanto pare Robert
è sempre riuscito a distogliere lo sguardo prima che fosse l’abisso a guardare
di nuovo in lui.
Pornography è un disco implacabile e tuttavia catartico,
è l’esorcismo di una declino spirituale che, in caso contrario, avrebbe condotto
Robert alla stessa fine di Ian Curtis.
Un buco
nero, nero come la pece, in cui il tempo non esiste e nessuna luce può entrare.
“I must fight
this sickness, find a cure”.




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