BOOHOOS Moonshiner - ITALIA 1987
BOOHOOS
Moonshiner - ITALIA 1987
Ci fu un’epoca, breve e intensa, in cui mentre in molti si
rivolgevano ai più commestibili Duran Duran, Tears for Fears, Spandau Ballet e
Simple Minds, una ristretta cerchia di ragazzi italiani decise di imbracciare
gli strumenti per suonare garage, punk, psichedelia, hard rock, beat, spesso
tutto insieme.
I pesaresi Boohoos furono tra questi. Meglio, ne furono una
delle massime espressioni.
Moonshiner -
nomignolo che negli Stati Uniti identifica i distillatori clandestini di whisky
- esce il 12 dicembre 1987 per l’etichetta Electric Eye di Claudio Sorge e segue, a meno di un anno di distanza, l’esordio
folgorante del mini The Sun, the Snake
and the Hoo, del quale non tradisce lo spirito né le aspettative.
Otto brani di R&R sudicio ed impetuoso in cui gli Stooges di Raw Power si congiungono voluttuosamente con le New York Dolls dell’album omonimo (del
quale Moonshiner imita la copertina)
attingendo anche al glam decadente di Bowie
e Bolan.
Otto sorprendenti testimonianze di quanto quella stagione
del rock italiano indipendente, pur nella quasi assoluta mancanza di circuiti e
di strumenti di informazione, sia stata vitale, genuina e straordinariamente
talentuosa ma per lo più negletta dall’italietta sanremese e
social-democristiana di quegli anni, preludio del Belpaese deturpato di oggi.
“Nancy‘s Throat”,
“Ghostdriver”, “Downtown Train”, “My H.E.L.”, “Oh You Mandrax”, “Meet Us In St.
Louis Louie”, sono hard boogie veloci e sincopati che flirtano con il punk,
magnifici riti orgiastici dominati dalle chitarre impetuose e letali e
dall’organo che tracima sonorità acide, mentre il motore propulsivo della
sezione ritmica procede preciso e costante.
Ma le meraviglie di quest’album sono i due ultimi brani.
“The Hoo” è un
blues torbido e drammatico, in cui l’oscurità si addensa fino a deflagrare in
un assolo di chitarra lungo e lancinante che ti strappa l’anima e la trascina
via in un vortice di feedback e distorsioni e che infine sfuma lasciando il
commiato all’acustica “When I come Home”,
intima, notturna ed elegiaca, che fa pensare ai tanti solitari ritorni a casa
quando è quasi mattina e che, nell’ultima tenebra che è presagio di alba, si
libra infine sulle ali di un coro sostenuto dalla sola chitarra acustica e da
un suono sottile di tastiera.
A tanti anni di distanza Moonshiner resta uno dei migliori album rock mai incisi in Italia,
un’Italia musicale umile, artigiana e rivoluzionaria che non esiste più, se non
in ristrettissime sacche di resistenza, fagocitata dal mainstream e
dall’appiattimento dei social media.
Moonshiner è un
vortice sonoro convulso. È l’incarnazione di un rock’n’roll degenerato ed allo
stesso tempo poetico. È un capolavoro indimenticabile per chi oggi ha
cinquant’anni ed ha vissuto quell’epoca eroica che, durante gli anni ’80, ha
visto band eccezionali ed indipendenti come Diaframma, Gang, Litfiba, CCCP,
Sick Rose, Not Moving, Vegetable Men, Kim Squad, Boohoos e molti altri, calcare
palchi italici ed internazionali e produrre album straordinari.


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