PIXIES Doolittle - US 1989





















PIXIES
Doolittle - US 1989

Capolavoro assoluto.

Doolittle è l’attestato di uno slancio creativo beatamente nevrotico, un’esplosione di sublime e sconclusionata genialità con cui i Pixies entrano a far parte della storia del R’n’R.

Oscuro e spasmodico, il secondo LP dei Folletti ricompone elementi disparati in una sintesi schizofrenica che va dal blues al country, passando attraverso il pop, il folk, il punk, l’hardcore, il surf, lo ska.

La chitarra duttile e fragorosa di Joey Santiago, le limpide linee di basso ed i rari ma splendidi interventi vocali di Kim Deal, la batteria metronomica di David Lovering, la voce sgraziata di Black Francis - con i suoi testi surreali, paranoici, sovversivi ed ammiccanti, da talentuoso disadattato - e, non ultima, la produzione nitida di Gil Norton, creano canzoni ciniche ed aspre ma, allo stesso tempo, potenti e addirittura orecchiabili. Ballate minimaliste, brutali e tormentate, mistura di melodie pop ed energia punk, talvolta vomitate rabbiosamente tra dissonanze e distorsioni.

Un linguaggio nuovo, dunque, che influenzerà gli esordi di Nirvana, Radiohead, Pavement, PJ Harvey e molti altri, cambiando per sempre la storia della musica rock.

Quindici brani tutti eccezionali. “Debaser” è una scarica rabbiosa di adrenalina, un boogie schizoide con un Black Francis strepitante mitigato dai cori di Kim Deal. La furente “Tame” è delirio psicotico in tre accordi. Il power-pop di "Wave Of Mutilation", con il suo maestoso riff di chitarra, è l’inno al suicidio più avvincente mai ascoltato.

E poi c’è il voodoobilly di “I Bleed”, l’acida pop hit “Here Comes Your Man”, la stridente melodia di “Dead”.

La splendida “Monkey Gone To Heaven” è una ballata con uno schema lirico che ricorda vagamente “Where Is My Mind?” del disco precedente, in cui Black Francis fornisce la propria interpretazione della numerologia biblica: "se l'uomo è 5 ed il diavolo è 6, allora dio è 7”.

E si prosegue con il vaudeville alienato di “Mr. Grieves”, l’hardcore indiavolato di “Crackity Jones”, il surf sensuale di “La La Love You”, la new wave schizoide di “No. 13 Baby”, il surf tenebroso di “There Goes My Gun”, la stupefacente, struggente, indefinibile “Hey”, la lugubre litania di “Silver” (unico contributo della Deal in fase di scrittura), e la urticante, scomposta e travolgente “Gouge Away”.

Doolittle è uno degli album più innovativi e stranianti dell’indie rock americano e certamente tra i più memorabili degli anni ottanta e degli ultimi trentacinque anni.

È un album unico ed irripetibile, che per i Pixies rappresenta l’apogeo definitivo e contemporaneamente l’inizio della decadenza.

È l’album che in quell’aprile del 1989 mi fulminò. 




 


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