ELVIS COSTELLO King Of America - UK 1986


 


















ELVIS COSTELLO
King Of America - UK 1986

Declan Patrick Aloysius MacManus, londinese, classe 1954, noto come Elvis Costello, fece la sua prima apparizione nella mia vita nel 1986.

Matricola imberbe, alla stazione ferroviaria di buon’ora per andare all’Università, mi fermai come sempre a dare un’occhiata all’edicola e fu lì che fui aggredito da un Costello in spolverino giallo, cappello ed occhiali, fuoriuscito dalla copertina di Rolling Stones.

Comprai la rivista e da quel giorno mi sto ancora chiedendo se preferisco lui oppure il suo collega Joe Jackson. Ogni tanto cambio idea. In questo periodo propendo per il vecchio Joe.

Alcuni mesi fa ho reperito una copia in vinile, usata, di King Of America con cui ho sostituito quella smarrita da tempo. Ho anche il cd e la versione digitale, ma non riuscivo a rassegnarmi a non possedere (si, perché si tratta di bieco senso del possesso) il disco in vinile di quest’opera che - anche per ragioni cronologiche - è il mio album preferito dell’occhialuto sosia di Buddy Holly.

Elvis Costello pubblica il suo decimo LP il 21 febbraio 1986. Elimina gli orpelli che ingombravano Punch the Clock e Goodbye Cruel World e torna alla semplicità degli esordi, abbandonando però la rabbia elettrica pub rock-new wave-ska-soul dei primi dischi e immergendosi in un lavacro di tradizione americana folk-rock-blues.

L’inglese McManus compie un esercizio di stile ma non si tratta di parodia. King Of America è un atto d’amore sincero.

Costello scrive canzoni commoventi, ciniche, sarcastiche, che suonano coerenti, vissute anzi logore e che raccontano di America e crepacuore.

Costello, dunque, dà il ben servito alla sua band (gli Attractions, che compariranno in una sola canzone) e, con l’aiuto del produttore T-Bone Burnett, mette insieme per l’occasione i Confederates, ossia - tra gli altri - Mitchell Froom, Jerry Schiff, Jim Keltner, James Burton, Earl Palmer (musicisti che avevano suonato con Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Ry Cooder, Little Richard, Dizzy Gillespie e Duke Ellington), realizzando uno dei suoi dischi più toccanti e personali e una connessione tra vecchio e nuovo mondo, non priva di ironia. 

L'album si apre con il tonfo legnoso di un contrabbasso, lo strimpellare di una chitarra acustica e la voce di Costello che canta il caustico incipit di "Brilliant Mistake". "Pensava di essere il re d'America / Dove versano la Coca Cola proprio come il vino d'annata/Adesso faccio di tutto per non diventare isterico ma non so se sto ridendo o piangendo". Ed ancora, scrive con geniale sarcasmo, "Ha detto che stava lavorando per la ABC News. Era la maggior parte dell'alfabeto che sapeva usare".

Declan include in questo viaggio americano il folk rock doloroso di "Our Little Angel" e di “Indoor Fireworks”, il rockabilly ardente di “Lovable”, di "Glitter Gulch" e “Big Light”. Sovrappone la tradizione celtica a quella degli Appalachi nella splendida ballata sulla classe operaia di “Little Palaces”. Ritaglia lo spazio per una storia d'amore troncata in "American Without Tears". Cesella anche un paio di cover degne di nota, "Eisenhower Blues" di J.B. Lenoir ed il successo degli Animals "Don't Let Me Be Misunderstood". Interpreta il Blues, collauda il lounge jazz e chiude il tutto con "Sleep of the Just", ballata tagliente e magnifica su dignità e tradimento.

Il 32enne Declan Patrick Aloysius, ribattezzatosi Elvis come l’altro Re (quale impudenza!), ci guarda dalla copertina di King Of America assomigliando più ad un John Lennon meditabondo che ad un Buddy Holly entusiasta e si incorona - a sua volta - Re dell’America.

"It was a fine idea at the time/Now it's a brilliant mistake".

 


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