NAKED PREY Under The Blue Marlin - US 1986




















NAKED PREY
Under The Blue Marlin - US 1986

Nel marzo del 1986, a quindici mesi di distanza dall’uscita dell’omonimo mini-LP d’esordio, i Naked Prey di Van Christian pubblicano Under the Blue Marlin, il loro secondo lavoro a 33 giri, dopo essere passati alla nuova etichetta Frontier e dopo aver sostituito alla batteria Sam Blake con Tom Larkins (Yard Trauma, Giant Sand, Band Of Blacky Ranchette) ed alla produzione Dan Stuart con Paul B. Cutler, già chitarrista dei Dream Syndicate.

La presenza di Cutler in sala d’incisione influisce sul sound della band che - se possibile - diviene ancora più chitarristico del precedente EP, tra assoli lancinanti, feedback, atmosfere convulse e malsane.

Questa banda di pistoleri di Tucson rivitalizza nuovamente il vecchio country rock con il fuoco feroce del punk e con le suggestioni “desertiche” comuni a Thin White Rope, Giant Sand e Green On Red, che albergano in queste dieci tracce sferzate dal vento caldo che ti soffia la sabbia in faccia, inaridendo le labbra e togliendo il respiro.

Under The Blue Marlin, senza pretese di originalità ma senza essere didascalico, prosegue nel recupero della tradizione americana confermando le aspettative create dall’eccellente disco di debutto e coniugando in modo sorprendentemente omogeneo il suono californiano e quello di Detroit, il Neil Young più acido ed oscuro con la veemenza degli Stooges, la cui lezione Van Christian e David K. Seger hanno studiato attentamente, come dimostra la cover di “Dirt” - unica dell’album - che ripropone il brano in una versione acceleratissima e incandescente rispetto all’andamento sinuoso, lascivo, decadente, dell’originale stoogesiano.

“A Stranger (Never Say Goodbye)”, “Train Whistle”, “How I Felt That Day”, “Voodoo Godhead”, “Fly Away”, sono ballate rabbiose, traboccanti di epicità e lirismo, in cui la voce al vetriolo di Van Christian e la sovrapposizione delle due chitarre, acide e distorte - che somigliano a quelle dei Thin White Rope - lasciano graffi profondi.

Ma qual è il prezzo della libertà chiede - anzi urla - Van Christian in “What Price for Freedom”, splendida e bruciante cavalcata psichedelica, vero e proprio inno di una generazione di beautiful losers, che conclude questa traversata di territori inospitali tra assoli deraglianti, fiammate di feedback e sabbie arroventate su cui i Naked Prey, come i cavalieri di un vecchio film western, proiettano lo loro lunghe ombre.

 



 

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