T BONE BURNETT The Criminal Under My Own Hat - US 1992
T BONE BURNETT
The Criminal Under My Own Hat - US 1992
Sotto il cappello che sull’elegante copertina in bianco e
nero di The Criminal Under My Own Hat
nasconde il volto di Joseph Henry
Burnett III, meglio conosciuto come
T-Bone Burnett, si cela una visione spietata e beffarda dell'idiocrazia
dominante, della superficialità ed ignoranza dilagante (già nel 1992).
Burnett è una figura multiforme dai contorni sfocati e dalla
carriera poco appariscente, un artigiano silenzioso che ha centellinato
meticolosamente le sue uscite discografiche.
È un produttore di pregio (Elvis Costello, Natalie Merchant,
Robert Plant tra gli altri) e autore di colonne sonore per il cinema
(ricordate Fratello, dove sei? dei
fratelli Coen oppure Crazy Heart, con uno straordinario Jeff Bridges?) ma è anche autore di
album che mescolano laconico surrealismo con canzoni d'amore dolenti di
nostalgia e rimpianto, cantate con il suo tono nasale e strascicato da sobrio
texano nato nel Missouri.
E The Criminal, a
cui partecipa un cast di ottimi musicisti (Van
Dyke Parks, Marc Ribot, Jim Keltner, tra gli altri) è l’album più maturo
della sua non sterminata produzione che ci consegna una serie di suggestioni
tipiche del cantautorato americano impreziosite da un’acuta introspezione e da
una cura certosina dei suoni.
The Criminal è
essenzialmente un disco di country-folk-pop, ora crepuscolare ("Over
you", "Primitives", "Every Little Thing"), ora
speranzoso ("It's Not Too Late", “Any Time at All”, “The Long Time
Now” e "Kill Switch", malgrado la sua atmosfera apocalittica) in cui,
attraverso arrangiamenti scarni e nello stesso tempo ricchi di sfumature,
risaltano chitarre acustiche, banjo, contrabbassi e violini struggenti alternati
ad alcune cocenti sciabolate elettriche.
Oltre i brani più acustici c’è, infatti, il blues spaccaossa
alla Bo Diddley di "Tear This
Building Down", l’inquietante "Humans From Earth" tutta feedback
e bottleneck, la confessione tra new wave e psichedelia di
"Criminals" e "I Can Explain Everything" jazzata nella
prima parte e poi new wave nella ripresa.
The Criminal Under My
Own Hat allinea, dunque, dodici canzoni evocative, spesso ironiche, in cui
Burnett canta delle sue ossessioni e delle debolezze umane, di orgoglio e
avidità, dando vita ad altrettanti atti d'accusa contro politici, media,
predicatori corrotti, ma anche contro - perché no? - l’intera umanità
("Humans From Earth" per esempio), colpevole di crogiolarsi nei
propri vizi mentre distrugge tutto ciò che c'è di prodigioso nell'esperienza
umana.
Forse il tono di T-Bone è un po’ paternalistico? Un po’
troppo puritano?
Forse.
Ma quando si parla di idiozia umana, come dargli torto?




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