THIN WHITE ROPE Moonhead - US 1987




















THIN WHITE ROPE
Moonhead - US 1987

Molto prima che venissero coniate etichette come “Indie Rock”, “Alt Country” o “Americana”, i Thin White Rope (metafora dello sperma estrapolata dal Pasto Nudo di William Burroughs) ululavano al vento del deserto le loro canzoni epiche e primitive, le loro liriche oscure e introspettive.

Moonhead, pubblicato all’inizio del 1987, a distanza di circa due anni dal disco d’esordio, fotografa una band già all’apice della sua creatività, che ha definito i confini di un suono estremamente originale che presenta punti di contatto con la new wave newyorkese, il post-punk inglese e la psichedelia della westcoast.

Tuttavia, mentre il post punk e la new wave si muovono a loro agio nel sudicio scintillio della metropoli alienante, in questo album straordinario, tutto ci parla di distese aride, di solitudine, di un ambiente ostile quanto affascinante.

il suono, maestoso e denso di riverbero, evoca grandi spazi ed un senso di imponente fisicità indotto dalle chitarre di Guy Kaiser e Roger Kunkel che ruggiscono in sferraglianti esplosioni di fuzz, rincorrendosi ed incrociandosi in dinamiche vertiginose ed emozionanti, creando un turbine acido, bruciante, alieno, che conduce verso territori sempre meno esplorati.

Kyser, cantore dolente e sgolato, intona considerazioni scarne sulla vita, il sesso e la morte. L'umanità è circondata da un universo enigmatico, oscuro, ostile al sentimento e al pensiero. Concezione del mondo e della posizione in esso occupata dall'uomo, se vogliamo, molto simile alle idee di Giacomo Leopardi sull'essere umano, sulla vita e sulla natura.

Moonhead evoca un'atmosfera desolata e spettrale, si addentra in un deserto che non è più quello reale, ma un deserto metafisico in cui la solitudine è psichica, e in cui si agita una tensione inestinguibile come la fame atavica dei coyotes rinsecchiti fino allo scheletro che vagano nel Mojave californiano.

L’album si apre con l'incipit nervoso e febbrile di “Not Your Fault” e della successiva “Wire Animals”, a cui segue una “Take It Home” dilaniata dalle chitarre che ricordano il Neil Young elettrico più acido soprattutto nella versione estesa edita sulla ristampa di qualche anno dopo.

La title-track è una litania paranoica che esplode in uno spettacolare pulsare da catastrofe imminente.

“Wet Heart”, “Mother”, “Come Around” e “If Those Tears”, sono magma sonoro, colate laviche eruttate dalle due chitarre su una sezione ritmica meravigliosamente intorpidita.

La conclusiva “Crawl piss freeze”, cupa e psichedelica è suggellata dal suono ancora una volta ustionante delle chitarre di Kyser e Kunkel e dalla voce che sembra provenire da profondità abissali.

“Thing”, delicata ed acustica, è l’unico momento di relativa quiete che solo nel finale viene increspata da folate elettriche e spettrali.

Moonhead è un capolavoro abbacinante come il sole del deserto, disorientante, intransigente, minaccioso, sovversivo, urticante, declinato in dieci tracce - tutte imprescindibili - su cui la voce ruvida e malata di Kyser proietta un'ombra venefica.

Moonhead è la colonna sonora per un western diretto da David Lynch, se mai ne avesse fatto uno.

È l’album più visionario e potente dei Thin White Rope che, tuttavia, restano ancora una volta ai margini della strada, sul lato oscuro e perdente del sogno americano.




 

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