BOB DYLAN Bringing It All Back Home - US 1965





















BOB DYLAN
Bringing It All Back Home - US 1965

il 22 marzo Bringing It All Back Home, quinto album in studio di Bob Dylan, ha compiuto 60 anni ed è difficile oggi intuire quanto questo disco fosse rivoluzionario nel 1965.

Dylan è assimilabile ai profeti dell’antico testamento e come loro era - e forse è ancora - un mitomane, un visionario invasato che ha fatto della canzone la sua forma di predicazione e che ha cambiato il corso della musica contemporanea, prima con il suo battagliero folk acustico, influenzato principalmente da Woody Guthrie e poi con la rivoluzione rock’n’roll (o folk rock) di questo album e del concerto al Newport Folk Festival dello stesso anno, dove su un palco, per la prima volta, si fece accompagnare da basso e batteria e imbracciò una chitarra elettrica, con lo sdegno di buona parte dei folkers duri e puri.

E la rivoluzione non fu solo strettamente musicale ma anche lessicale.

I testi di Robert avevano sempre subito le suggestioni poetiche di Walt Whitman, Dylan Thomas (da cui il suo pseudonimo) ed altri ancora, ma in Bringing It All Back Home la sua voce nasale e biascicata, l’approccio caustico e arrogante, si arricchiscono di un linguaggio ancor più metaforico, astratto e surreale.

Con Bringing It All Back Home, Dylan supera il senso convenzionale del folk e del rock rendendo la musica un’estensione del testo che si fa sempre più introspettivo e veicolo poetico.

Il piglio apocalittico, da profeta invasato appunto, cede un po’ il passo a un umore romantico ma non privo di ironia e cinismo. Il talkin’ blues sofferto dei neri, diventa sempre più distaccato e bianco.

"Subterranean Homesick Blues" apre l’album con un ritmo incalzante, con un testo cadenzato e densissimo simile ad un rap ante litteram, qualcosa dunque di diverso da qualsiasi altra Dylan avesse inciso prima.

"Maggie's Farm", "Outlaw Blues", "On The Road Again", "Bob Dylan's 115th Dream", sono esplosioni elettriche emblematiche del cambiamento, argute, satiriche, divertenti  e soprattutto la seconda - contenente dichiarazioni d'amore per una "donna dalla pelle scura" di Jackson, Mississippi, stato in cui le unioni miste all'epoca erano ancora illegali - quasi eversive.

Il secondo lato dell'album cambia totalmente approccio passando ad atmosfere acustiche e introspettive, a cominciare dalla malinconica ed evocativa "Mr. Tambourine Man" e per finire con la paranoia verbosa e tagliente di "It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding)" e con la poetica struggente di “It’a All Over Now, Baby Blue”, ripresa l’anno seguente dall’altra parte dell’oceano dai nord irlandesi Them di Van Morrison che ne fecero una splendida cover in chiave soul-beat.

Questo è Dylan al suo apice.

Forse Bringing non è il suo album migliore in assoluto.

Forse Highway 61 Revisited e Blood On The Tracks lo battono seppur di un soffio?

Non lo so.

Ciò che so è che Bringing It All Back Home è un album seminale, un coraggioso atto di transizione, il suono di un artista che cattura perfettamente lo spirito del tempo.

Ciò che so è che Bringing It All Back Home (insieme ad Highway 61) è il mio disco preferito di Dylan.




 

Commenti

Post più popolari