NICK CAVE and the BAD SEEDS Tender Prey - AUSTRALIA 1988
NICK CAVE and the BAD SEEDS
Tender Prey - AUSTRALIA 1988
Lo sguardo di Nick sulla copertina di Tender Prey ammonisce: chi entra nel suo mondo sordido e maestoso
difficilmente potrà tornare indietro.
Nel novembre del 1988, per quanto mi riguarda, accadde
esattamente ciò che quell'ammonimento preannunciava. Vidi quella copertina,
lessi la recensione su Il Mucchio Selvaggio, comprai una copia dell’album senza
averne ascoltato una nota.
Pochi giorni dopo, tornai dal mio spacciatore di vinile
dell’epoca e - con grande sacrificio per le mie finanze di studente universitario
ventenne, ma con immenso piacere per le mie orecchie - comprai tutti i quattro
album precedenti dei Bad Seeds.
Lo sguardo sornione di Nick si sforza di apparire innocente,
ma in realtà è lo sguardo di un eroinomane che partorisce racconti di peccato e
redenzione, di violenza e desiderio, di contorta tenerezza.
Tender Prey,
quinto album in studio, fu registrato in quattro mesi tra Londra e Berlino
Ovest mentre Barry Adamson stava
lasciando i Bad Seeds, ai quali si unirono invece Kid Congo Powers (Gun Club e Cramps) e Roland Wolf.
Re Inkiostro riesce a coniugare la teatralità di Tom Waits con il lirismo di Leonard Cohen, utilizzando la
drammaturgia del Blues e del Folk di Blind
Lemon Jefferson, Robert Johnson, Woody Guthrie, Presley, Dylan e Cash, in cui convergono anche le radici
punk. Ogni canzone diviene così una scena carica di tensione, popolata da
personaggi ambigui e tormentati.
"The Mercy Seat" è la filastrocca gospel di un
condannato alla sedia elettrica, la cui tensione accelera inesorabile in un
crescendo febbricitante, una cavalcata diretta all’inferno.
“Up Jump The Devil” è
un boogie-woogie diabolico che trascina l'ascoltatore a ballare la quadriglia
con le ombre di Robert Johnson e di “Saint” Huck Finn, mentre Cave gorgoglia
testi apocalittici come un licantropo ubriaco, con una bottiglia di rum
appoggiata sul piano e accompagnato dal coro dei quindici uomini sulla cassa
del morto.
Il surf-beat circense di "Deanna", le ballate
languide e scheletriche “Watching Alice” e "Slowly Goes the Night",
lo spiritual accorato di "Mercy" e quello ossessivo di “Sugar, Sugar,
Sugar” e ancora l’apocalittica e scalpitante “City of Refuge", l’incedere
solenne di “Sunday’s Slave”, l’epilogo
assolutorio di “New Morning”, sono
peregrinazioni nelle profondità dell'animo umano. I Bad Seeds guidano la
processione ansimando, sudici di liquami palustri, dimostrandosi ugualmente
abili nello spezzare il cuore e nello spaccare i timpani.
Tender Prey turba,
crea un senso di inquietudine e meraviglia, redime dai peccati e si afferma
come uno dei migliori album del decennio.
Il capitolo successivo della chanson de geste caveana vedrà la rivoluzione copernicana operata
dalla melodica malinconia di The Good Son.
Tuttavia, per il momento, nelle tenebre in cui è sperduta la Tenera Preda si percepisce un anelito di
redenzione.
Nonostante non vi siano indizi di un lieto fine, il fatto
che la salvezza rimanga una possibilità è molto più di quanto Cave abbia mai
offerto e di quanto ci si potesse lecitamente aspettare nei suoi claustrofobici
anni '80, privi di luce e di vie d’uscita.




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