THE MORLOCKS Bring On The Mesmeric Condition - US 2018


 



















THE MORLOCKS
Bring On The Mesmeric Condition - US 2018

Dalle strade della San Diego anni '80, nel pieno di una vibrante resurrezione del garage rock e della psichedelia sixties, emersero i Morlocks, band che - lo confesso - all'epoca liquidai come “minore”, forse ingannato dalla ruvidità primordiale delle loro prime incisioni, in particolare di quel Emerge del 1985, talmente fedele anche nella scarsa qualità audio ai modelli sixties da sembrare esso stesso un reperto preistorico che ancora oggi stenta a convincermi.

Ben diverso, invece, appare già il successivo Submerged Alive del 1987, live posticcio, realizzato con tanto di applausi fasulli.

Ma i Morlocks, guidati dall'inossidabile Leighton Koizumi, non erano destinati a rimanere una nota a margine. Come una fenice punk, la band ha saputo reinventarsi, superando scioglimenti, cambi di formazione e persino la prematura e, per fortuna, totalmente infondata notizia della morte del suo carismatico leader.

Koizumi, vero animale da palco con una storia personale degna di un romanzo rock'n'roll, in tempi relativamente recenti, da un inaspettato esilio teutonico a Düsseldorf, ha rianimato i Morlocks riunendo un pugno di veterani del fuzz europeo. Rob Louwers (Fuzztones, Link Wray) alla batteria, Oliver Pilsner (anch'egli ex Fuzztones) al basso, Bernadette Pitchi e Marcello Salis (reduce dei Gravedigger V) alle chitarre.

Il risultato di questa alchimia sonora transnazionale è Bring On The Mesmeric Condition (Hound Gawd! Records), in cui la band esegue nove tracce originali e una cover che grondano sudore, distorsione e un'energia primordiale che giunge direttamente dalle viscere del rock'n'roll.

C'è un'innegabile vena hard-rock che serpeggia tra questi solchi, un'attitudine selvaggia che riecheggia i seminali Seeds e l'irriverenza dei Flamin' Groovies.

Koizumi è un camaleonte rauco, capace di ringhiare rabbiosamente in un brano e di assumere un tono baritonale carico di tensione emotiva in quello successivo, mentre la band erige un muro di suono distorto e sorprendentemente dinamico.

Brani come la sfrontata "Bothering Me", la travolgente “We Can Get Together”, la torbida "No One Rides For Free", la trascinante "Time To Move" sembrano rigurgiti delle sessions degli Stooges, mentre “Heart Of Darkness” o "High Tide Killer" amalgamano punk, blues e un inconfondibile sentore sixties.

L’album si conclude con la cover dei 13th Floor Elevators, "You Don't Know (How Young You Are)", omaggio filologico che non smentisce però la ruvida energia dei Morlocks.

In un'epoca dominata da suoni patinati e produzioni asettiche, i Morlocks trascinano l’ascoltatore in un vortice sonoro viscerale e adrenalinico che affonda le radici nel rock'n'roll più selvaggio e mesmerico.




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