DROOGS Kingdom Day - US 1987


 



















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Kingdom Day - US 1987

Mi imbattei per la prima volta nella copertina di Kingdom Day nel 1987, mentre setacciavo le novità promozionali inviate dalle case discografiche alla radio per cui lavoravo. Fu un colpo di fulmine immediato. Prima ancora di ascoltare una sola nota, quell’immagine mi aveva già catturato.

In copertina è raffigurata una giungla fumettistica, fitta, misteriosa al cui centro spiccano un amplificatore, una chitarra elettrica e una batteria,  reliquie tecnologiche abbandonate in mezzo alla vegetazione. Un’immagine potente, ambigua, che trova il suo contraltare sul retro dell’album, dove la natura scompare lasciando spazio a uno scenario urbano apocalittico e desolato. Sullo sfondo si staglia un edificio basso con le finestre divorate dalle fiamme; più indietro, appena distinguibile, una struttura che ricorda la torretta di guardia di un carcere o di un campo di concentramento. Un dettaglio inquietante, che trasforma la città in un luogo di controllo, reclusione e rovina.

Quelle immagini riflettono perfettamente la visione cupa e alienata di Los Angeles propria di Ric Albin, Roger Clay, Dave Provost e Jon Gerlach, che contrappongono il caos misterioso della natura a quello antropico e urbano.

A tre anni di distanza dal disco d’esordio, e forti di un tour europeo che li aveva consacrati come band di culto – almeno nel Vecchio Continente – i Droogs pubblicano il loro secondo album, Kingdom Day. Un lavoro che segna un’evoluzione evidente: il gruppo fonde garage rock, power-pop e psichedelia, smussando gli spigoli più grezzi di Stone Cold World per abbracciare un suono più articolato, vario e muscolare. Una scelta ambiziosa che, se da un lato amplia il loro spettro espressivo, dall’altro, in alcuni brani, finisce per appesantirsi sotto il peso di arrangiamenti, talvolta ridondanti.

Il vertice assoluto del disco è il garage-punk incendiario di “Call Off Your Dogs”, che incarna l’anima più selvaggia e diretta della band.

Il brano è scritto a quattro mani da Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club e Peter Case dei Plimsouls. I Droogs lo incidono per primi, anticipando di poco gli svedesi Nomads, per i quali il brano era stato originariamente composto.

La trascinante “Stranger In The Rain” e “Countdown To Zero”, che richiama da vicino i Clash più marziali e tesi, sono brani nervosi, sostenuti da chitarre serrate, una batteria furiosa e una voce roca, barbarica, capace di infondere energia e pathos.

Il rock’n’roll asciutto di “Jack Of Trades”, l’hard-boogie psichedelico della title track “Kingdom Day” e il power-pop irrequieto di “Webster Fields” mostrano il cuore pulsante dei Droogs, quello più autentico e convincente. Al contrario, episodi come “Quarry Street”, “Collector’s Item” e “When Angels Fall”, in cui prevale un guitar-rock dai contorni sbavati e virato verso la new wave, risultano meno incisivi e appaiono come passaggi interlocutori, incapaci di reggere il confronto con i momenti migliori dell’album.

Kingdom Day resta comunque una tappa significativa nel percorso dei Droogs: testimonia la loro volontà di emanciparsi dal mero garage-revival e di plasmare un linguaggio musicale personale. Un’evoluzione coraggiosa che, però, leviga in parte quella ruvida urgenza che aveva reso Stone Cold World un esordio così immediato e bruciante.

 



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