Christmas Day Edition TOM WAITS Blue Valentine - US 1978

 




















Christmas Day Edition

TOM WAITS
Blue Valentine - US 1978

Tom Waits è l’equivalente musicale di Charles Bukowski e delle sue storie di ordinaria follia; è il Kerouac stanco e disilluso della ballata randagia, e Blue Valentine una silloge di novelle urbane con cui Tom prosegue, ostinato, il suo cammino sul lato sbagliato della strada, in direzione diametralmente opposta al luccicante sogno americano.

Il rantolo cavernoso e abrasivo di Waits, elemento unificatore della sua intera cosmogonia sonora, affresca con cupo lirismo l'epopea romantica dei suoi personaggi: derelitti aggrappati all'ultimo barlume di speranza, scorie di sottocultura metropolitana, scampoli di una teatralità collettiva che si trascina tra umorismo tagliente e sentimentalismo sgualcito. È un’umanità dolente che si muove incerta tra le armonie di Gershwin, il rhythm'n'blues e il grottesco del vaudeville.

L’album si srotola come una pellicola graffiata in un cinema di periferia. È uno stralcio di West Side Story che ha smesso di danzare; sono stranianti storie di scarpette rosse e gioielli rubati, o racconti di Natale in cui la redenzione non è contemplata tra le opzioni possibili. C’è un pachuco di nome Romeo che, con una pallottola nello stomaco, va a morire nel buio di una sala cinematografica; c’è una ragazza con soli ventinove dollari in una borsetta di coccodrillo, picchiata e derubata mentre gli sbirri, come da copione, arrivano troppo tardi.

Il viaggio prosegue contromano fino a Reno, fischiettando oltre il perimetro di un cimitero, o nella fuga commovente da Kentucky Avenue con l’amico inchiodato a una sedia a rotelle. Le ultime speranze sono affidate a una piccola, dolce pallottola proveniente da una bella pistola blu – ossia triste quanto i biglietti di San Valentino che lei spedisce per ricordargli il suo peccato mortale. «E ci vuole un bel po’ di whiskey per cacciare via questi incubi, ed ogni notte mi strappo il cuore a pezzi e ogni San Valentino muoio un po’ di più».

Sullo sfondo, nella penombra della copertina interna, appare Rickie Lee Jones: per anni compagna di vita e complice creativa, coinquilina in quella camera del Tropicana Motel dove i due convivevano stretti a un pianoforte.

È proprio questo campionario di sbandati dai modi rudi e dai cuori frementi a trasformare Blue Valentine nello splendido proscenio su cui si agita una pletora di anime simili ai personaggi di un film con James Cagney. Waits – disadattato visionario dall’andatura asimmetrica, santo bevitore ed eroe dei club fumosi di strip-tease, poeta decadente e randagio – si fa cantore degli emarginati, prestando la sua voce da orco delle fiabe nere al lamento disperato della solitudine.

Blue Valentine resta uno snodo fondamentale in quella meravigliosa cacofonia che è la discografia di Tom Waits. In esso troviamo già i germogli del nuovo mondo waitsiano che, di lì a qualche anno, si popolerà di tromboni a forma di pescespada e di cani da pioggia.

Blue anticipa i capolavori avanguardistici della maturità, ma nulla - nemmeno quei capolavori - riuscirà mai a eguagliare la lancinante intensità emozionale di questo album.





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