NEW YEAR'S DAY EDITION THE WATERBOYS Fisherman's Blues - UK 1988
NEW YEAR'S DAY EDITION
THE WATERBOYS
Fisherman's Blues - UK 1988
Fisherman's Blues,
per chi scrive, non è stato una semplice uscita discografica, ma un
pellegrinaggio laico, un rito iniziatico che profuma di torba e oceano. Questo
album è stato la bussola che, nell’estate del 1990, mi condusse a varcare la
soglia di un pub sospeso nel tempo a Spiddal – un manipolo di case scagliate
contro l’Atlantico che, fino ad allora, era stato solo un nome evocativo tra le
note di copertina. Lì, tra pinte di Guinness e il sommesso chiacchiericcio dei pochi avventori,
chiesi con la sfrontatezza dei vent'anni se qualcuno conoscesse Mike Scott.
Dopo le architetture epiche di A Pagan Place e le maree sonore di This Is The Sea, i Waterboys
compiono un gesto di rottura radicale: abdicano alle velleità sintetiche e ai
lustrini delle classifiche per sprofondare in un rinnovamento sorgivo. Mike
Scott immerge la sua creatura in un crogiolo ribollente di tradizione celtica,
polvere country & western e di lirismo folk, il tutto filtrato attraverso
la lente della "Big Music".
Il risultato sono dodici tracce intrise di salsedine e terra
umida, animate da un’anima antica. In questo disco le brughiere d'Irlanda
confinano con le strade fangose del Delta del Mississippi: lo spirito di Hank Williams viene evocato tra i
solchi di "Has Anybody Here Seen Hank", mentre il vibrante omaggio a Van Morrison in "Sweet Thing"
si intreccia con un inatteso frammento di "Blackbird" dei Beatles.
C’è la sacralità letteraria di "The Stolen Child",
dove i versi di W.B. Yeats vengono
declamati dalla voce ieratica di Tomás Mac Eoin, e c'è l'afflato libertario di Woody Guthrie che riemerge in una
scarna "This Land Is Your Land".
Ma, sopra ogni cosa, c’è il violino di Steve Wickham che incendia ogni traccia. Il suo archetto, ora
dolente e malinconico, ora selvaggio e stridente, rappresenta l’anima inquieta
dell’opera. In "We Will Not Be Lovers", le sue corde urlano
risentimento, amplificando le parole avvelenate di Scott; in "World
Party", Wickham si lancia in un duello elettrico con la chitarra,
scatenando una deflagrazione di energia primordiale. Di contro, troviamo la
grazia di "Jim Hickey's Waltz" e "Dunford's Fancy", nelle
quali il violino si libra leggero.
Al centro di questo turbine c'è Mike Scott, cantastorie
appassionato che ci guida tra le macerie dell'amore perduto in "When Ye Go
Away" e la cronaca semibiografica di "And a Bang on the Ear", un
catalogo di passioni naufragate e rinascite sentimentali. E infine la title
track, che non è un blues e non parla di pesca, ma si erge a inno alla libertà,
canto di speranza e di rinascita, anelito verso un orizzonte ignoto.
Fisherman's Blues
resta un’opera fuori dal tempo, che ancora oggi risuona con la stessa
freschezza e autenticità di allora.
E non è solo il miglior album dei Waterboys, ma è la
dimostrazione che le cose più semplici – quelle che affondano le radici nella
tradizione e nella sincerità - sono le più potenti e durature. Se dubitate,
mettete su questo disco, lasciatevi trasportare dal suono del violino, dal
ritmo ancestrale del bodhrán. Forse vi ritroverete anche voi, come me
trentacinque anni fa, tra lapidi e croci celtiche, in un piccolo cimitero a
picco sull'oceano, oppure in un pub sonnolente a chiedere a uno sconosciuto se
per caso conosca un certo Mike Scott.
La musica - quella che ti cambia la vita - ha il potere di creare connessioni invisibili e di trasformare un semplice disco in un viaggio indimenticabile.




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