LOOP Fade Out - UK 1988


 



















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Fade Out - UK 1988

Trentasette anni sono trascorsi dall’uscita di Fade Out ed i pionieristici Loop (poche band sono state battezzate con un nome che ne descrive così fedelmente l’essenza) sembrano ancora più attuali della maggior parte dei loro epigoni moderni.

Ho riscoperto quest’album dopo una trentina d’anni di oblio al quale l’avevo ingiustamente condannato e mi sono accorto di quanto avessi sottovalutato i Loop all’epoca della loro breve esistenza (tre soli dischi tra il 1986 e il 1991), forse assorbito dall’ascolto dei più blasonati Jesus And Mary Chain o Spacemen 3, che parlavano idiomi simili ma con accenti diversi.

L’idea di fondo della musica dei Loop è quella di un estenuante "trip" psichedelico generato dalla ostinata ripetizione di un riff trascinante che sfocia in ronzii interstellari.

Le chitarre sovrapposte ruggiscono allucinate creando paesaggi sonori saturi di feedback, mantenendo tuttavia un senso della melodia.

Arte barbara e pulsante che ha l’obiettivo - comune soprattutto agli Spacemen 3 - di indurre la trance. Un incrocio fra il noise decadente dei Velvet Underground, gli angosciosi psychobilly dei Jesus And Mary Chain e la psichedelia violenta e primitiva degli Stooges.

Ma la musica dei Loop non è esclusivamente derivativa, poiché le loro variazioni distorte di chitarra ripetute ossessivamente li pone di diritto tra gli antesignani dello Shoegaze.

Malgrado l’omogeneità qualitativa della loro produzione, Fade Out - seconda uscita a 33 giri - è il loro album per antonomasia, fedele al cliché che loro stessi avevano coniato con Heaven's End ma già rivelatore di segnali di un’emancipazione, che continuerà nel terzo disco, A Gilded Eternity, con il quale la band imbocca nuovi sentieri che tuttavia rimarranno inesplorati a causa dello scioglimento.

La voce di Robert Hampson resta sempre sullo sfondo: remota, spettrale, quasi schiacciata dalla presenza opprimente delle chitarre - la sua e quella di James Endeacott - sorrette dal basso di  Neil Mackay e della batteria di John Wills.

Dal garage-punk cosmico di “Black Sun” al riff ribollente di “This Is Where You End”, fino all’andamento marziale di “Fever Knife”, tutto converge verso la distorsione catatonica della title track. Le pulsazioni stoogesiane di “Torched” e “Pulse”, il passo incespicante di “Vision Stain” – intriso di un wah-wah hendrixiano – confluiscono infine nel punk ossessivo di “Got to Get It Over”, che implode in un finale sibilante e rimbombante di tuoni.

Ognuna delle otto tracce custodite dietro quella copertina grigia, anonima e rigorosa, con il titolo dell'album e il logo della band relegati in un angolo, sembra destinata a durare per sempre nella meravigliosa ripetitività del proprio ciclo continuo.

I Loop hanno codificato il suono del caos.




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