THE JESUS AND MARY CHAIN Darklands - UK 1987




















THE JESUS AND MARY CHAIN
Darklands - UK 1987

Darklands è la pietra dello scandalo, il momento esatto in cui il rumore si attutisce e la violenza si trasforma in estasi malinconica. Se Psychocandy era stato l’incendio doloso appiccato al pop degli anni '80, Darklands è la cenere che danza nell'aria fredda di un mattino scozzese.

Rimossa la coltre allucinante di feedback che rendeva i Jesus and Mary Chain la band più pericolosa del pianeta, i fratelli Reid arretrano verso una forma di ballad scarna ed essenziale. La batteria neolitica di Bobby Gillespie era svanita insieme a lui verso i Primal Scream, gli strati di distorsione offensiva erano stati raschiati via e i testi sembravano aver ripulito le loro ossessioni più torbide. Eppure, a distanza di decenni, scopriamo che nulla ha il potere di ferire come la nudità.

In Darklands, William Reid si conferma il re delle progressioni d'accordo più abusate del rock, mentre Jim ripete ritornelli di una semplicità disarmante. Ma è proprio in questa sottrazione che risiede la loro maestria. Il disco ha il sapore umido dell’autunno, dei vetri appannati e di quei "nove milioni di giorni piovosi" che danno il titolo a una delle loro cantilene più ipnotiche, una specie di “Simpathy for  the Devil” per catatonici.

La musica dei J&MC si scrosta dal rumore esibendo tutta la sua fragilità velvetiana. È il corpo di una padrona sadomaso denudata di ogni accessorio: una Venus in Furs senza più stivali di pelle, senza più frustino, senza più pelliccia. "Deep One Perfect Morning" attacca con lo stesso passo felpato del capolavoro di Lou Reed, ma stavolta la Venere è scalza e riflessa in uno specchio sfregiato.

La tripletta di singoli – "April Skies", "Darklands" e "Happy When It Rains" – è un compendio di pura maestria pop. Sono brani in cui la chitarra di William si muove incalzante, mentre la voce di Jim offre quella vena psicotica che è il marchio di fabbrica dei due fratelli di East Kilbride.

Nonostante la pulizia formale, l'anima inquieta della band pulsa ancora sotto la superficie. Il surf rock spettrale di "Down On Me"; i versi folgoranti nella loro nichilista ironia di "Fall": "everybody’s falling down on me / and I’m as dead as a Christmas tree". Un albero di Natale morto, che i Reid hanno deciso di non addobbare, abbandonandolo nudo al gelo.

Il trionfo della drum machine di "On The Wall", che dimostra quanto i Reid fossero produttori di talento, capaci di una cura maniacale per il dettaglio sonoro, nata anni prima, quando preferirono acquistare un registratore a quattro piste invece di un'auto.

Tutto ciò rende Darklands il più "scozzese" degli album dei Jesus and Mary Chain. È un disco accattivante eppure irrimediabilmente triste, troppo calmo per le radio commerciali e troppo limpido per gli amanti del caos. È il momento in cui Jim Reid mette la mano fuori dalla finestra per sentire cadere la pioggia, mentre William riattacca all’amplificatore la sua chitarra nera come l’inchiostro di china, nera come i suoi vestiti, nera come queste "terre oscure".

Psychocandy, senza dubbio, è stato rivoluzionario, ma l’estetica del vuoto di Darklands rappresenta un passo avanti cruciale nella loro discografia. E al diavolo chi, all’epoca, gridava al tradimento. Se nel 1987 avessero pubblicato un clone del debutto, sarebbero diventati la copia di se stessi, smarrendo la potenza di quell’impatto inaspettato. Perché, a volte, l'arte vera arriva quando smetti di urlare e inizi a sussurrare i tuoi incubi.

Fuori piove ancora, e va bene così.




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