MADRUGADA Industrial Silence - NORVEGIA 1999

 




















MADRUGADA
Industrial Silence - NORVEGIA 1999

Esistono dischi che non bussano alla porta, ma si installano nell’anima come una cupa foschia notturna. Industrial Silence, debutto folgorante dei norvegesi Madrugada, è uno di questi: un’opera viscerale e tenebrosa che rimane impressa nella mente e nel cuore sin dal primo incontro. La band di Stokmarknes, nei tredici episodi che compongono l’album, intreccia con maestria blues, folk e post-punk, avviluppando la materia sonora in un riverbero persistente e spettrale.

Il suono denso e malinconico della chitarra di Robert Burås (purtroppo scomparso nel 2007) è complemento perfetto per la voce suggestiva di Sivert Høyem: un baritono profondo che evoca l’immagine di un Grant Lee Phillips trapiantato tra i ghiacci e votato al gotico. Alle loro spalle, il basso di Frode Jacobsen e la batteria di Jon Lauvland Pettersen sostengono con precisione millimetrica il peso monumentale della cattedrale Madrugada.

L’apertura maestosa di “Vocal”, sognante e al contempo vigorosa, è una dichiarazione d’intenti a cui i Madrugada tengono fede per l’intera durata del lavoro, a cominciare dalla successiva “Beautyproof”, in cui continua l’alternanza di potenza e dolcezza, di spazi pieni e vuoti.

Il disco si dipana poi in un caleidoscopio di umori: dal country-pop malinconico di “Shine” all’intenso post-punk di “Higher”, che avvicenda ritmi ipnotici e feedback velenosi ad esplosioni incendiarie. C’è spazio per la psichedelia fosca di “Sirens” e per il country-blues apocalittico di “Strange Colour Blue”, mentre la meravigliosa melodia folk di “This Old House” sembra estratta, con tanto di armonica, da un manuale dylaniano.

 “Electric” risuona di echi dei R.E.M. più notturni, “Salt” vibra di una tensione drammatica quasi insostenibile, mentre la travolgente distorsione melodica di “Belladonna” e lo strappo new wave di “Norwegian Hammerworks Corp.” mostrano l’aspetto più trascinante della band. Verso il finale, il lirismo torbido di “Quite Emotional” e la malinconia agrodolce di “Terraplane” che ricorda alcune squisite sdolcinatezze alla Chris Isaak, suggellano il Silenzio Industriale dei Madrugada, come una prova di grande classe.

Industrial Silence è un po' troppo lungo, un po' troppo semplice, un po' troppo “pop” nella sua ricerca melodica. È come chi confessa i propri peccati ma non si pente mai. È notturno e bohémien, è un sentiero innevato che si inoltra nella foresta, è rock'n'roll norvegese ma è soprattutto un disco dannatamente bello, capace di brillare di una luce scura e purissima.




Commenti

Post più popolari