LITFIBA 17 Re - ITALIA 1986

 





















LITFIBA
17 Re - ITALIA 1986

Firenze, via dei Bardi, metà anni Ottanta. Mentre l’Italia dei paninari. Degli yuppies e della “Milano da bere” si specchiava nelle vetrine rutilanti del benessere, in una cantina umida prendeva forma il capitolo più monumentale e oscuro del rock nazionale. Pubblicato il 13 dicembre 1986, 17 Re non è solo un disco, è un’architettura del dissenso, una cattedrale sonora eretta sulle macerie del post-punk e proiettata verso un Mediterraneo spettrale e febbrile.

Collocandosi al centro della "Trilogia del Potere" – stretta tra l'esordio etereo di Desaparecido e la chiusura più asciutta di Litfiba 3 – questo doppio LP rappresenta l’apice di una formazione irripetibile. C’era una sinergia quasi magica, una tensione creativa che vedeva Gianni Maroccolo agire come l’architetto di linee di basso melodiche e telluriche, Ghigo Renzulli tessere trame di chitarra cariche di delay e chorus, debitrici dei Sisters of Mercy quanto degli Stranglers, e Antonio Aiazzi evocare atmosfere cinematografiche con i campionamenti dell'Emulator II. Sopra tutto, lo sciamanesimo di un Piero Pelù, la cui voce non era ancora un marchio di fabbrica, ma un rantolo epico e brutale che sputava visioni.

La scelta produttiva di Alberto Pirelli, che impose l'uso quasi totale della batteria elettronica (tranne che nella conclusiva, straziante “Ferito”), conferì al disco un'anima algida e metronomica, un contrasto perfetto con il calore viscerale delle interpretazioni vocali. Era il suono di una "nuova onda" che puzzava di pioggia e asfalto, un’estetica che erodeva la sacralità come l’immagine del Sacro Cuore corrosa dalla trielina sulla copertina.

Il numero 17, evocato dal titolo ma assente nella tracklist (la canzone omonima rimase fuori dal missaggio finale, lasciando solo il suo testo ermetico impresso nell'artwork), ha alimentato per decenni un’aura di disco "maledetto". Incidenti stradali, coincidenze numeriche sinistre e un senso di imminente catastrofe che permeava le sessioni di registrazione hanno reso 17 Re un oggetto di culto esoterico. I diciassette sovrani sono figure chiuse in un quadro, guardiani di un mito di cenere, bramosi di un potere che logora chi lo esercita e chi lo subisce.

Il viaggio si dipana su quattro facciate che sono altrettante discese agli inferi. L’apertura di “Resta” colpisce come una sferragliata improvvisa, un urlo soffocato sotto la strana pioggia di Chernobyl, mentre “Re del silenzio” si muove su una ritmica potente, rifugio inespugnabile di una solitudine che è al contempo condanna e salvezza. C’è spazio per l’ebbrezza lisergica di “Cafè, Mexcal e Rosita”, nata tra i fumi del Mezcal in un locale della Bretagna, e per la rabbia dionisiaca di “Vendetta”, dove un Dio indifferente gioca con elementi gitani e flamenco, fino al finale convulso.

La seconda facciata ci regala il lirismo di “Pierrot e la Luna”, impreziosito dal violino di Velemir Dugina, le cui trame sonore ricordano il Battiato di quegli anni, e “Tango”, che evoca il fantasma delle Malvinas senza concedere nulla al ballo, se non la sua tensione drammatica. L'attacco frontale di “Come un Dio” resta uno dei momenti più alti della critica all'autorità suprema, con quel "trallallerollà" dissacrante che trasforma la creazione in un errore grossolano.

La terza parte del disco si apre con l’incedere marziale di “Apapaia” e la difficoltà di cambiare idea, e scivola verso l’utopia sognante di “Univers” e le ali di cera di “Ballata”, prima di schiantarsi sulla quarta facciata, la più cruda e sperimentale. Qui i Litfiba si fanno feroci: il ritmo claustrofobico di “Gira nel mio cerchio” racconta la devastazione dell’alcol, mentre “Cane” esplode in un rigurgito punk-rock alla Iggy Pop. “Oro nero” guarda a Gerusalemme con vocalizzi che richiamano lo stile di Demetrio Stratos, denunciando guerre alimentate dal petrolio e dal fanatismo religioso (ogni riferimento ai giorni nostri è puramente casuale), prima che “Ferito” chiuda il sipario. Con l’unica batteria acustica del disco, questo brano antimilitarista lascia l’ascoltatore esattamente come promette il titolo: sanguinante di fronte alla consapevolezza della crudeltà umana.

Il mio ricordo di quei giorni è legato al primo ascolto di “Resta”, a tarda sera su Raistereonotte e ai molti concerti a cui ebbi l’occasione e la fortuna di assistere; e indissolubilmente a quando un paio di anni dopo, intervistai Piero Pelù e, dopo il concerto, guidai la band all’hotel dove passai un bel pezzo di nottata a parlare con Maroccolo e Aiazzi.

A distanza di quarant’anni, 17 Re resta un’opera necessaria, un monito alla complessità in un’epoca di immediatezza digitale. È il testamento di una band che ha saputo essere il cuore pulsante del rock europeo, fondendo l'urgenza del post-punk con una sensibilità mediterranea viscerale. Prima della transizione verso l’hard-rock convenzionale degli anni Novanta, i Litfiba sono stati capaci di costruire un mondo sonoro alternativo, dove il potere veniva smascherato nella sua nudità e l’individuo cercava redenzione tra il rumore e la poesia. Un’architettura di ribellione che, ancora oggi, non ha perso un briciolo della sua forza corrosiva.

  

Post Scriptum

Ieri, 17 aprile, i Litfiba nella formazione storica hanno pubblicato la diciassettesima canzone, la title track esclusa dalla tracklist del 1986.

Del testo originale sopravvivono solo le prime due righe: "Diciassette re chiusi in un quadro/dove la luce genera i mostri." Il resto è riscrittura contemporanea: Pelù attacca l'oblio storico, il potere manipolatorio, l'uomo arancione che sodomizza la verità, i re marionette che governano teatri di guerra. Temi legittimi, urgenti persino, ma musicalmente siamo molto lontani dall'album del 1986. La versione 2026 è rock ben costruito ma convenzionale, privo di quella follia e dello spaesamento lisergico che rendevano 17 Re irripetibile.

Il nodo non è il brano in sé — ascoltabile e apprezzabile nel suo messaggio — ma la scelta di battezzarlo col nome del capolavoro. Intitolare una canzone nuova con il titolo di un fantasma suona come aggiungere un capitolo postumo a un romanzo che aveva già una conclusione perfetta. I Litfiba degli anni Ottanta erano inarrivabili proprio perché si muovevano in un isolamento glorioso, fuori dal tempo e dal mercato. Quell'album non ha bisogno di una diciassettesima stella per brillare.

17 Re — quello del 1986 — resta intatto, impermeabile alle aggiunte. Il post scriptum del 2026 è scritto con una grafia diversa, da uomini diversi, in un mondo diverso. Forse sarebbe bastato chiamarlo con un altro nome.




Commenti

Post più popolari