THE STOOGES Funhouse - US 1970
THE STOOGES
Funhouse - US 1970
Fun House è un
grumo torbido e sanguinolento.
Gli Stooges lo registrano agli Elektra Sound Recorders di
Los Angeles nel maggio del 1970, battezzandolo con il nomignolo della comune di
Ann Arbor dove vivevano e sperimentavano musica e droghe.
Tra le mura
della casa del divertimento, tuttavia, ci si diverte ben poco; c’è
invece il caos creativo di trentasei minuti feroci, minacciosi e inquietanti
che colpiscono l’ascoltatore come un pugno allo stomaco.
L’intensità dell’opera non risiede solo nell’energia profusa nelle sette canzoni che tra quelle mura hanno trovato dimora, quanto
soprattutto nell’attitudine decadente e disperata, un senso di frustrazione
latente che conferisce una cupa profondità a ogni solco. Il produttore Don
Gallucci, capisce subito che l'unico modo per domare la bestia è lasciarla
libera: fa smontare lo studio, isola Iggy in una cabina senza cuffie ma con un
microfono a mano, e ordina alla band di suonare in presa diretta, seguendo l'esatto
ordine della scaletta live. Il risultato è un delirio di energia dopata che fa
tremare i monitor del banco di regia.
Dall’apertura di “Down
on the Street” fino alla chiusura di “L.A.
Blues”, gli Stooges suonano furibondi, portando all’estremo l'edonismo
nichilista dei Doors, depurandolo da ogni pretesa poetica per ridurlo a istinto
primordiale. Le litanie di Iggy Pop strisciano lascive e lubrificate dalla
distorsione incandescente di Ron Asheton, mentre il groove martellante di Dave
Alexander e Scott Asheton trasforma il rock in un funk d’acciaio, un battito
cardiaco accelerato dall’anfetamina.
“Down On The
Street” afferra
l’ascoltatore alla gola, trascinandolo senza preavviso nella paranoia
psichedelica di una Detroit che ha già smesso di sognare ed è solo il preambolo
a “Loose”, che con il suo riff rozzo sembra una versione accelerata e
sporca di "Smoke on the Water", ma due anni prima che la incidessero
i Deep Purple. Lo psychobilly supersonico di “T.V. Eye” è l’urlo
alieno e violento di Iggy.
Ma è con “Dirt” che il disco sprofonda davvero: sette
minuti di lenta discesa negli inferi dove Iggy geme, grugnisce e sussurra, a
volte canta persino, sopra una tensione strisciante, mentre la chitarra di Ron
Asheton disegna spirali di pericolo imminente. La temperatura sale
vertiginosamente con “1970”, un assalto psych-punk-metal-free jazz dove
il sax di Steve Mackay, reclutato all'ultimo momento, soffia fiamme di pazzia
mentre Iggy urla ad libitum "I
feel all right!" come un ossesso.
La title track è
un deragliamento punk-funk-jazz di quasi otto minuti che collassa, infine,
nella jam anarchica di “L.A. Blues”: un attacco epilettico,
dissonante e gutturale che sigilla questo viaggio all’inferno.
Mentre i Velvet Underground a New York interpretano la
devianza come una contaminazione intellettuale, gli Stooges a Detroit ne fanno carne
viva.
Fun House è il benvenuto ai turbolenti anni ’70,
l’epitaffio definitivo del flower power
e della fantasia al potere. Iggy raggiunge qui la perfezione nichilista,
cantando "...sono stato ferito. Non
me ne frega niente".
Fun House è psychedelic punk, se mi consentite l'accostamento, partorito anni prima
che il punk stesso venisse in esistenza.
Nudo, crudo,
imbattibile.

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