LIME SPIDERS Slave Girl E.P. – Australia, 1985

 





















LIME SPIDERS
Slave Girl E.P. – Australia, 1985

Se c’è un posto sul pianeta dove il garage rock degli anni Sessanta non è mai stato una faccenda da musei o da collezionisti, quel posto sono gli antipodi. E i Lime Spiders di Sydney ne sono una dimostrazione tra le più abrasive e moleste. Nel 1985 la band pubblica l’EP Slave Girl, un ordigno che raccoglie i loro primi due leggendari singoli: “25th Hour” del 1983 e l’omonimo “Slave Girl” del 1984, per un totale di sei tracce che grondano fuzz e veleno.

Dietro la console siede il nume tutelare Rob Younger, la voce dei Radio Birdman, l'uomo che ha insegnato all'Australia come si da l'assalto al mondo a colpi di chitarre distorte. Sotto la sua ala protettrice, gli Spiders distillano una versione aggiornata, tossica e aggressiva del garage-punk statunitense dei sixties. che suona come uno spudorato ritorno al passato e al tempo stesso come qualcosa di straordinariamente nuovo.

Mick Blood alla voce, Daryl Mather e Richard Jakimyszyn alle chitarre, Steve Rawle alla batteria e Warwick Gilbert al basso (prima di Richard Lawson e Tony Bambach) sono i fabbri ferrai di un suono selvaggio. Niente soluzioni palesemente psichedeliche, niente viaggi lisergici: qui si bada al sodo con una miscela di chitarre lancinanti, una sezione ritmica supersonica che semina distruzione e un cantato rauco, urlato, costantemente sull'orlo del collasso delle corde vocali.

Le cover incluse nell'EP sono impressionanti: “That's How It Will Be” dei Liberty Bell e “1-2-5” degli Haunted vengono letteralmente rigenerate dall'elettricità della band, ma sono i brani autografi a piantare i chiodi nella storia del garage-punk, facendo tremare ginocchia e pareti.

Il boogie incandescente, acido e politicamente scorretto di “Slave Girl” (un pezzo che divenne un piccolo culto anche nelle college-radio americane) cammina a braccetto con il punk esplosivo, viscerale e sgolato alla MC5 di “25th Hour”. C’è poi la velocità da infarto di “Beyond The Fringe”, tutta costruita sulle accelerazioni primordiali imparate dai Ramones, e quel rock’n’roll distorto ma miracolosamente melodico che risponde al nome di “Can't Wait Long”. Quest'ultima, tra un pianoforte boogie e una progressione funambolica, evoca da vicino gli Stooges del periodo Raw Power. Sono concitati compendi di furia e spavalderia targata Down Under.

Nel giugno del 1987 la Virgin pubblicherà il loro primo vero album, The Cave Comes Alive, che rimane a tutt'oggi un classico imprescindibile per chiunque ami il rock Australiano. Purtroppo, la storia dei Lime Spiders seguirà una parabola comune a molti dei loro contemporanei: i successivi Volatile (1988) e Beethoven's Fist (1990) vireranno verso un hard’n’heavy spento, privo di idee e votato a un successo commerciale che non arriverà mai.

Ma questo declino non può farci ripudiare la realtà dei fatti: i primi Lime Spiders restano una selvaggia leggenda degli antipodi. Musica da consumare ad alto volume, un patrimonio di rumore meritevole di essere tramandato ai posteri.

Puro e incontaminato rock and roll.




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