SEX PISTOLS Never Mind the Bollocks: Here's the Sex Pistols - UK 1977
SEX PISTOLS
Never Mind the Bollocks: Here's the Sex Pistols - UK 1977
Nel 1986, con “God Save The Queen” sparata nelle cuffiette
del mio walkman arrivai a Trafalgar Square, in cerca degli ultimi
punk, ridotti ormai a una macchietta per turisti. Erano passati nove anni dalla
pubblicazione di questo album. Non molti in fondo, se pensate che ne sono
trascorsi trentacinque dalla pubblicazione di Nevermind dei Nirvana, che
nella mia personale distorsione temporale, non mi sembra del Giurassico.
Li hanno definiti la grande truffa del rock'n'roll,
un'operazione orchestrata a tavolino dal loro impresario Malcolm McLaren,
marionette agitate da un burattinaio con il fiuto per lo scandalo. Eppure, che
il nichilismo dei Sex Pistols non fosse una semplice posa, che il loro "no
future" contenesse una profezia terribilmente autentica, lo dimostra nel
modo più definitivo il fatto che Sid Vicious ci abbia rimesso la pelle. Le
truffe non costano così care.
Never Mind the Bollocks: Here's the Sex Pistols —
traduzione libera: "Niente stronzate: ecco i Sex Pistols" — è stato
uno schiaffo all'establishment, una detonazione culturale che ha segnato al
tempo stesso l'apice e la quasi immediata fine del movimento punk britannico,
lasciando un'onda d'urto che risuona potente ancora oggi, quasi cinquant'anni
dopo.
Johnny Rotten, all'anagrafe John Lydon, aveva appena
ventun anni quando con voce invasata e sguardo allucinato declamava i suoi
testi irriverenti e provocatori al di sopra del muro di suono grezzo e
impetuoso costruito dalla chitarra al vetriolo di Steve Jones, dalla
batteria incalzante di Paul Cook e dal basso pulsante di Sid Vicious
(sebbene, a quanto pare, la gran parte delle incisioni sia in realtà opera
dello stesso Jones).
I Pistols non volevano distruggere il rock. Volevano
riportarlo alle sue radici, liberarlo dalla zavorra del progressive e del rock
sinfonico, dalla supponenza delle stadium band, dalla distanza siderale che si
era creata tra palco e platea, tra musicisti e ascoltatori. E per farlo,
attingono a una tradizione che affonda le radici in Chuck Berry — il cui stile
chitarristico sembra qui accelerato e modernizzato fino al parossismo — e
risale agli Stooges di Iggy, agli Who, dei quali i Pistols nelle loro
esibizioni dal vivo eseguivano regolarmente "Substitute", quasi a
rivendicare una discendenza legittima.
Le distorsioni anni Sessanta, il feedback, la furia
primitiva: tutto questo confluisce in dodici tracce che sono altrettanti inni,
ciascuno una granata lanciata in direzione di un bersaglio diverso.
"Anarchy in the U.K." apre le danze con uno dei riff più
riconoscibili della storia del rock, grido di ribellione che ancora oggi non ha
perso nulla della sua carica eversiva. "God Save the Queen",
pubblicata durante i festeggiamenti per il Giubileo d'argento di Elisabetta II,
è un attacco frontale alla monarchia britannica talmente dirompente da essere
bandita dalla BBC e ciononostante — o proprio per questo — arrivare al numero
uno delle classifiche. "Holidays in the Sun" trasforma una vacanza
nei campi di sterminio in una metafora della claustrofobia sociale, con Rotten
che canta di "una vacanza a buon mercato nella miseria degli altri"
con un cinismo che fa ancora male.
I Pistols offrono voce al malcontento e alla frustrazione di
un'intera generazione di giovani disillusi e arrabbiati, figli di una Gran
Bretagna in declino, ammaccata dalla crisi economica, dall'inflazione
galoppante, dalla disoccupazione di massa. Never Mind the Bollocks è un
rifiuto dello status quo e delle convenzioni, un'opera politica proprio perché
anarchica ed eversiva, in guerra contro i valori tradizionali della società
inglese — anzi, in guerra contro tutto, compresi i suoi stessi epigoni. La
sociopatia nichilista di "No Feelings" e "Problems", la
ferocia di "Bodies" con il suo testo sull'aborto che ancora oggi
sarebbe considerato inaccettabile in molti contesti, l'energia da scarica
elettrica di "Pretty Vacant": tutto ciò dà vita a un disco che, nella
sua apparente rozza semplicità, non contiene un solo attimo sprecato.
Never Mind the Bollocks è l'espressione più pura di
ciò che il punk voleva incarnare: immediatezza, urgenza, rifiuto della
mediazione. È un album fondamentale, senza il quale tutto ciò che è venuto
dopo sarebbe stato radicalmente diverso. La new wave, il post-punk, l'indie rock,
persino il grunge americano degli anni Novanta devono fare i conti con questa
eredità scomoda e ingombrante. Che la truffa fosse vera o falsa, il suono era
reale. E le ferite che ha lasciato, ancora di più.

Commenti
Posta un commento