TEX AND THE HORSEHEADS Tex and the Horseheads – US, 1984
TEX AND THE HORSEHEADS
Tex and the Horseheads –
US, 1984
Se la Los Angeles dei primi anni Ottanta fosse una ferita aperta, il country-punk dei Tex and the Horseheads sarebbe il sale versatoci sopra senza alcuna pietà. Consanguinei e concittadini di scellerati del calibro di Gun Club, Flesh Eaters e X, gli Horseheads nascono nel 1982 nel cuore pulsante e marcio dell'underground losangelino. Il centro gravitazionale di questo sabba a bassa fedeltà è Texacala Jones: provocante, bella da togliere il fiato, una creatura selvaggia che sembra la figlia illegittima di una Patti Smith dissoluta e di uno Stiv Bators senza freni inibitori.
A completare la line-up, dietro il paravento di pseudonimi
che sono tutto un programma, troviamo Smog Vomit (Gregory Boaz) al basso e Rock
Vodka (David Thum) alla batteria, artefici di una delle sezioni ritmiche più terremotate,
elastiche e creative della scuderia californiana. Per un breve, febbrile
momento iniziale, la chitarra è nelle mani nientemeno che di Jeffrey Lee Pierce;
ma il leader del Gun Club cede presto il posto a Mike Martt, il cui stile
abrasivo marchierà a fuoco il debutto della band.
L'album omonimo, pubblicato nel 1984 sulla leggendaria
etichetta Enigma con la produzione curata da Steve Sinclair e Paul B. Cutler (splendida
mente dei Dream Syndicate), è un condensato di elettricità primordiale. Qui
dentro troverete, boogie roventi, country scalmanato,
blues mutante e schegge di un voodoobilly incendiario. Sopra questo tappeto di
suono ruvido, tumultuoso e costantemente fuori giri, Texacala Jones urla a
squarciagola invocazioni che sembrano scritte per un rito stregonesco notturno.
I brani sono pietanze tetre, agrodolci e spruzzate di
veleno. Tracce stridenti come “Oh
Mother” e “Short Train” ti afferrano per la giacca grazie a chitarre trascinanti e
ritmi incalzanti che non lasciano spazio a riflessioni intellettuali. “Lock Me Up” e “Chicken Bounty Hunter” ci scaraventano direttamente sulle assi di
legno del CBGB, all'incrocio esatto in cui il punk ha incontrato la poesia di
strada, mentre “Guitar Obsessions”
tradisce quelle frequentazioni pericolose con i mondi oscuri dei Cramps e dei
già citati Gun Club. Ebbrezza alcolica e disperazione rurale esalano invece da
pezzi come “Clean The Dirt” e “Bordertown”, autentici effluvi di un country-punk ubriaco, perso in
qualche fosso ai bordi dell'autostrada.
Le danze si chiudono nel modo peggiore possibile — e cioè
nel migliore — con una cover di “Big
Boss Man” di Jimmy Reed.
Nelle mani dei nostri, il classico blues viene letteralmente ridotto a una poltiglia
in decomposizione, masticato e sputato alla maniera del giovane Nick Cave e delle
lame chitarristiche di Rowland S. Howard ai tempi dei Birthday Party.
Questa è musica che puzza di sudore, fumo e asfalto bagnato.
È la colonna sonora ideale per quei bar malfamati di Hollywood dove potevi imbatterti
in avventori leggendari e barcollanti come Charles Bukowski o in pusher pronti
a spacciarti lo "speed" della peggiore qualità. I Tex and the
Horseheads non cercavano il successo da classifica; volevano solo bruciare in
fretta. E ci sono riusciti.
Texacala e le sue Teste di Cavallo sono un baccanale elettrico
di polvere e fango.

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