FRANCESCO GUCCINI
Via Paolo Fabbri 43 – Italia, 1976
Se la canzone d'autore italiana degli anni Settanta è stata
troppo spesso ingessata in un registro liturgico o ideologico, Via Paolo
Fabbri 43 rappresenta la scossa di terremoto che ha fatto crollare le
pareti dell'osteria e del comizio. Pubblicato nel 1976, il settimo album di
Francesco Guccini è uno dei suoi vertici narrativi e la consacrazione di
un'estetica viscerale, dove la quotidianità bolognese, il fumo delle sigarette,
il vino e l'ironia più tagliente diventano materia di altissima poesia
popolare.
Dopo le austerità e il lirismo d'impegno dei dischi
precedenti, Guccini firma qui un'opera di straordinaria maturità linguistica e
musicale. La title track è una mappa sentimentale e topografica: Via Paolo
Fabbri 43 non è solo un indirizzo reale del quartiere Cirenaica a Bologna,
ma uno stato mentale, un porto di mare per intellettuali sbandati, amici,
amanti e fantasmi letterari. Tra citazioni di Borghesani, avventure
donchisciottesche e una disincantata autobiografia, il Maestrone mette in scena
se stesso senza alcuna posa da vate, svelandone le fragilità con un piglio
guascone e malinconico.
Ma l'album è famoso soprattutto per l'assalto frontale de “L’Avvelenata”,
uno dei brani più viscerali e “punk” della musica italiana, non di certo musicalmente
ma nell’attitudine. Nata come uno sfogo di pancia contro la critica militante e
i puristi del movimento che lo accusavano di essersi "venduto" o di
non essere abbastanza ortodosso, la canzone è un’invettiva inarrestabile. Con
un linguaggio masticato, sanguigno e privo di filtri, Guccini spara a zero sui
"colleghi cantautori" e sui Soloni del giornalismo, rivendicando con
orgoglio la propria libertà di uomo e di artista: cantare per il gusto di
farlo, per bere un bicchiere in compagnia e per raccontare la vita, senza dover
rendere conto a nessun comitato centrale.
L'album, tuttavia, vive di bellissimi contrasti. Alla furia
sferzante si alternano la delicatezza malinconica di “Piccola storia
ignobile” — uno spaccato coraggioso e lucidissimo sul tema dell'aborto e
dell'ipocrisia borghese — e la poesia nostalgica di “Canzone quasi d'amore”,
dove il lirismo gucciniano tocca vette di rara eleganza, oscillando tra la
consapevolezza dell'illusione e il bisogno insopprimibile di cantare. A
chiudere il cerchio arriva l'epica popolare di “Il pensionato” a
testimonianza di una scrittura elastica, capace di passare dallo sberleffo alla
tragedia solenne.
Musicalmente, l'apporto dei musicisti storici — su tutti le
chitarre di Deborah Kooperman e Juan Carlos "Biondini",
il flauto di Antonio Marangolo e il contrabbasso di Ares Tavolazzi
— regala all'album un suono caldo, acustico, di matrice folk-rock americana ma
impastato dell'umidità della Pianura Padana.
Via Paolo Fabbri 43 è il manifesto di un cantautore
che ha preferito la vita reale, la verità delle osterie ai dogmi politici. Un
disco immortale che tocca l’anima ancora oggi per freschezza, sfrontatezza e
umanità.
Canzoni come “L’avvelenata”, ma anche “Dio è morto”, “Cirano”,
“Il vecchio e il bambino” e tante altre bellissime poesie in musica hanno
scavato nello spirito di generazioni e certamente nella mia.
Non dimenticherò mai il terremoto emotivo che provai la
prima volta che, ragazzino, ascoltai “La Locomotiva” nella versione live di Tra
La Via Emilia e il West a casa del mio amico Antonio che abitava al piano
di sotto.
La recente scomparsa di Francesco Guccini, avvenuta ieri
nella sua Pavana, lascia un vuoto incolmabile, ma non del tutto inatteso per
chi ne ha seguito il lento e fiero ritirarsi dal palcoscenico verso
l'Appennino. Con la sua morte non se ne va soltanto il "più colto"
dei nostri cantautori, ma l'ultimo grande narratore di un'Italia rurale e
urbana che non c'è più, un uomo che ha saputo insegnare a generazioni intere il
valore della memoria, della impertinenza e della libertà intellettuale. Senza
mai chiedere monumenti o lapidi, ma lasciandoci in eredità le chiavi di
quell'indirizzo dove, ogni volta che calerà la sera e si stapperà una
bottiglia, il Maestrone continuerà a cantare per noi.

Bravo
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