MIRACLE WORKERS Overdose - USA 1987
MIRACLE WORKERS
Overdose - USA 1987
I Miracle Workers di Portland, orfani di Demiankow e Barnett – i principali artefici del loro sound sixties - nel 1987, spostano le lancette verso i seventies.
Il debutto Inside Out aveva devotamente elaborato la
lezione di Electric Prunes, Standells, Seeds, Blues Magoos e Sonics. Aveva il
fascino, e il limite, di ogni revival: una purezza stilistica che ora veniva
rivista e corretta attraverso il filtro di un suono urbano, veloce, più ruvido
e ancora più aggressivo rispetto alle loro produzioni precedenti.
Successivamente, i Miracle Workers avrebbero proseguito su
questa strada, diventando precursori di uno stoner-rock onesto ma meno
interessante. Tuttavia, nel 1987, tutto ciò era ancora lontano. I superstiti
Gerry Mohr, Matt Rogers, Gene Trautmann, insieme al nuovo arrivato Robert
Butler al basso, sintetizzavano un'esplosiva miscela di
punk, blues, garage-beat e boogie che, rispetto all'ottimo disco d'esordio, guadagnava in urgenza e in tono muscolare.
Overdose, registrato al Tritonus Tonstudio di Berlino nel
maggio 1987 (sebbene la band avesse ora sede a Los Angeles), è un album di
rock'n'roll primitivo e selvaggio, a metà strada tra gli MC5 di Kick Out
the Jams e i primi Flamin' Groovies, di cui ripropongono "Teenage
Head".
L'apertura di "Rock'n'Roll Revolution in the Streets
Part 2" è un assalto all'arma bianca: la chitarra distorta incalza una
base ritmica poderosa fino a un finale vorticoso e in crescendo. "Lights,
Camera, Action", dedicata a Fellini e sferzata da un'armonica assassina, è
garage punk a velocità supersonica. L'avvincente ballata "Just Can't Find
a Better Way to Waste Your Time" rallenta appena il ritmo, concedendo un
attimo di respiro prima che l'hard boogie di "No Use" ci strattoni di
nuovo. "Without Her Around" evoca i Flamin' Groovies che hanno preso
lezioni dagli Stooges.
"When a Woman Calls My Name" e "She's Got a
Patron Saint", futuro cavallo di battaglia dal vivo, sono ballate
elettriche che pagano dazio ai primi Stones. In chiusura,
"Little Doll", satura di feedback, è il doveroso tributo agli
Stooges, un omaggio che dice molto sull'identità di una band, che non inventa nulla, ma utilizza l'insegnamento delle due decadi
precedenti per dare vita a un album di grande rock'n'roll.
E così, in una sera d'autunno del 1988, mi presentai al
botteghino del Teatro Cilea di Napoli con il mio accredito stampa, ancora
incredulo che i Miracle Workers stessero per suonare proprio lì. Il mondo era
meno globalizzato e le band d'oltreoceano, che non potevano contare sui mezzi
di una major, non sempre riuscivano a organizzare un tour europeo che le
portasse più a sud di Milano o Roma.
I Workers non tradirono le aspettative, aggredendo
il pubblico con un'esibizione di rara potenza. Snocciolarono tutti i brani
migliori del loro repertorio, oltre ad alcune canzoni del nuovo album, Primary
Domain (che sarebbe uscito di lì a poco, nei primi mesi del 1989), e conclusero
il concerto con una cover di "No Fun" degli Stooges da far sanguinare
le orecchie.
Dopo l'esibizione, nel backstage, intervistai Gerry Mohr e Matt Rogers, simpatici e disponibili, che mi fecero omaggio di una copia promozionale – di quelle senza copertina e senza etichette – del disco in uscita.
Inutile dire che la conservo tutt'oggi, gelosamente.


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